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Lettere di Lodovico Ariosto Con prefazione storico-critica, documenti e note

Lettere di Lodovico Ariosto
Con prefazione storico-critica, documenti e note
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Title: Lettere di Lodovico Ariosto Con prefazione storico-critica, documenti e note
Release Date: 2018-08-27
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Date added: 27 March 2019
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LETTERE DI LODOVICO ARIOSTO


LETTERE
DI
LODOVICO ARIOSTO

CON PREFAZIONE STORICO-CRITICA
DOCUMENTI E NOTE

PER CURA

DI

ANTONIO CAPPELLI


TERZA EDIZIONE
RIVEDUTA ED ACCRESCIUTA DI NOTIZIE E DI LETTERE

ULRICO HOEPLI
EDITORE-LIBRAIO DELLA REAL CASA
MILANO
NAPOLI — PISA
1887


PROPRIETÀ LETTERARIA

119-87. — Firenze, Tip. dell'Arte della Stampa


[v]

AVVERTENZA

Nel presentare una terza ristampa delle Letteredi Lodovico Ariosto, mi è grato di averlepotuto ordinare cronologicamente (cosa che nonebbi opportunità di fare nell'antecedente di Bologna,1886), con introdurvi le nove lettere chevenni pubblicando negli Atti e memorie di storiapatria (Modena, 1868-75), ed accrescerle inoltredi sole altre cinque inedite che riescii a rintracciareda varie parti, più una scritta dall'Ariostoa nome del cardinale Ippolito d'Este, indicandoleai loro luoghi secondo il tempo che mi pervennero,ora cronologicamente ed ora in fine del volume.Tenni però separate le lettere ch'egli scrissetanto a nome del cardinale suddetto, quanto anome di Alessandra Benucci vedova Strozzi; e in[vi]appendice non lasciai di ripetere con alcune nuoveosservazioni ciò che leggesi nell'edizione di Bologna,aggiungendo finalmente otto privilegi accordatiper la stampa dell'Orlando Furioso, trattidalle rarissime edizioni originali 1516 e 1532 eda documenti in parte inediti, formando essi undegno elogio al celebre autore, ma che non raggiunseroil vantaggio ch'egli sperava ricavarne.

Queste lettere riferisconsi in gran parte al suoCommissariato di Garfagnana, giacchè quelle chescrisse a' suoi parenti ed amici scarsamente anoi pervennero: e se le prime non possono sempreinteressare per il soggetto e la forma, giovaricordare che furono dettate colla foga d'un imperiosodovere d'ingrato ufficio che non permettevaglidi formarne minuta o tenerne copia (v.lett. LXXIII, p. 138), ed hanno poi il pregio dimostrarci nell'Ariosto l'uomo abile ai maneggidi Stato, fecondo di espedienti e zelante in sommogrado della giustizia, con essersi emendato diquell'adulazione che apparisce nel poeta di corte,per assumere un linguaggio francamente sinceroe dignitoso.

Le lettere da me ristampate più volte ho unpoco riformate alla moderna grafia, ma non hominimamente toccate quelle che offro per la primavolta o che riproduco da altri editori, e così feci[vii]pei documenti a corredo della Prefazione o sparsinelle note.

Per la Prefazione storico-critica ho cercato giovarmidi alcune pubblicazioni uscite in questiultimi vent'anni, e importanti mi sono state inparticolar modo le Notizie per la vita di L. Ariostodel ch. signor march. Giuseppe Campori (Modena,1871) perchè tratte da documenti inediti,e ciò dicasi degli Studi e ricerche sulle poesie latinedi L. Ariosto del ch. Giosuè Carducci (Bologna,1875), oltre a vari altri lavori ch'ebbero,come il suddetto, felice impulso a prodursi pelcentenario ariostesco celebrato in Ferrara ed inReggio 1874-75; chè la fama dell'insigne poetatende sempre ad estendersi, conoscendosi che ilprof. Schuchardt lesse e commentò all'Universitàdi Lipsia nel 1872 l'Orlando Furioso, poema tradottoin tutte le principali lingue d'Europa; edè nostro dovere segnalare le due edizioni di Parigiillustrate coi disegni del lodatissimo artistaGustavo Doré, la prima del 1869 col poema imitatoin versi francesi da F. Ragon e la secondadel 1879 con una nuova traduzione del Du Pays:disegni che, gareggiando colla fantasia del poeta,ci trasportano a quel mondo di maraviglie che eglicon eccellenza d'opera d'arte seppe rappresentarci,e che noi pure abbiam potuto veder riprodotti[viii]col testo originale e con una degna prefazionedel Carducci (Milano, Treves, 1880).

Amo dunque licenziarmi dal cortese lettorecol riferire i seguenti versi che tolgo da alcunestanze di Anton Francesco Grazzini detto il Lasca,pubblicate per la prima volta dal ch. C. Arlia nelPropugnatore, 1885, vol. XVIII, parte I, p. 358-59:

«Chi ebbe mai più alta e dolce vena

In dir d'arme e d'amor che l'Ariosto?

Tutti i maggior poeti e più fecondi

Gli vanno sotto, e sono a lui secondi.

. . . . . . . . . . . . . . .

Fe' l'Ariosto le Comedie prima,

Come si può veder gioconde e belle,

E le Satire poi di tanta stima,

Che in tutto il mondo se n'udì novelle;

Dopo con chiara e gloriosa rima

Fe' il Furioso che passa le stelle:

E se potesse Aristotil vedello,

Lo terrebbe d'Omero assai più bello.»

A. C.

[ix]

PREFAZIONE STORICO-CRITICAINTORNOA LODOVICO ARIOSTO E IL SUO TEMPO

La famiglia degli Ariosti è di antica nobiltà di Bologna,e il cognome ebbe forse origine da una terradel bolognese detta Riosto. Nel 1156 un Ugo figliodi Alberto fu console di Bologna quando questa cittàsi reggeva a repubblica. La bella Lippa discendevadalla stessa famiglia, e il nostro poeta non manca diricordarla nel suo Orlando furioso[1]. Veduta dalmarchese Obizzo III d'Este quando pe' suoi contrasticol papa dimorava in Bologna, se ne invaghì sommamente, e la fece sua amica. Conciliatosi poi con GiovanniXXII che nel 1329 scelse per minor male investirlodel vicariato di Ferrara, Obizzo persuaseagevolmente la Lippa a seguirlo in quella città, ov'essa[x]andò in compagnia de' suoi fratelli Bonifazio[2] e Francesco.Seguìta poi anche dal cugino paterno Nicolò,la famiglia Ariosti fu trapiantata in Ferrara, col formarnetre rami che vi ebbero lunga discendenza. Labella Lippa rimase sempre concubina di Obizzo, e in20 anni lo fece padre di 12 figli. Non avendone avutoalcuno dalla moglie Giacoma Pepoli, morta nel 1341,e desiderando legittimare nel più valido modo i figliuolibastardi, aspettò egli che la madre loro fosse in estremopericolo della vita, e la sposò (come narrasi) la seradel 27 novembre 1347. Poche ore dopo la povera Lippaera morta; nè potè godere un sol giorno di queglionori principeschi, forse tanto ambiti e promessi daprima; onori che il marchese serbava alla salma dilei con un pomposo mortorio!

D'allora in poi gli Ariosti ebbero di frequente impieghiautorevoli e vantaggiosi presso gli Estensi,sapendoli meritare pei loro zelanti servigi e non pertitoli di una parentela salita in tanto orgoglio e potenza.Alcuni vennero anche fatti cavalieri; e nel 1469trovandosi l'imperatore Federico III in Ferrara, diedetitolo di conte ai tre fratelli Francesco, Lodovico e[xi]Nicolò Ariosti e loro discendenti[3]. Francesco fuscalco di Borso d'Este, poi ambasciatore ed anchecapitano di Modena; e venendo a morte nel 1505, ilnipote e poeta Lodovico compose a di lui memoriaun epitaffio che leggesi fra le sue poesie latine[4].L'altro fratello Lodovico fu prima dottore e canonico,indi arciprete della cattedrale di Ferrara. Il ducaErcole I voleva farlo anche vescovo di Reggio, ma ilpapa vi si rifiutò, nominando invece BonfrancescoArlotti ch'era stato spedito a Roma per raccomandarel'Ariosto[5]. Nicolò, il più giovane dei fratellisuddetti, fu padre del nostro poeta, e perciò di questoparleremo più a lungo.

Essendo stato molto famigliare di Borso d'Este, NicolòAriosto divenne ancora maggiordomo del novelloduca Ercole I, il quale essendosi impadronito delloStato contrastatogli a ragione da Nicolò figliuolo diLeonello, diede incarico all'Ariosto di recarsi a Mantovaove il nipote erasi riparato presso il marcheseFederico suo zio, e veder modo di avvelenarlo. L'Ariostonon rifuggi di addossarsi l'iniquo mandato, e provvedutodi quanto facevagli di bisogno partì sui primi deldicembre 1471 col pretesto di presentare al Marchese[xii]di Mantova uno zibetto (animale muschiato). Colàgiunto ebbe campo di accordarsi con Cesare Pirondolisiniscalco di Nicolò d'Este, e con larghe promesse loindusse ad accettare il veleno da porre nelle vivande:ma nella sera destinata all'esecuzione, lo scalco maneggiandoil tossico fu colpito da vertigine, e temendoessersi da sè stesso avvelenato, confessò tutta la trama.L'Ariosto intanto mettevasi in salvo a Ferrara, eil 18 detto mese Cesare Pirondoli insieme al fratelloGalasso, che serviva a tavola ed era consapevole dellacosa, vennero decapitati e squartati in Mantova[6].

Poco dopo i fatti narrati, e cioè col primo gennaio1472, il duca mandava Nicolò Ariosto capitanodella cittadella di Reggio, e siccome eravi altresì ilcapitano della città, nè facendosi sempre dai cronistila dovuta distinzione fra i due capitani o confondendoliinsieme, così alcuni dubitarono che l'Ariostoavesse avuto ancora l'officio di governatore o podestà(come narra il Baruffaldi)[7], quando questecariche erano date ordinariamente a diversi soggetti.

[xiii]

E infatti quantunque l'Azzari[8] scriva che nel 1473l'Ariosto «era stato fatto governatore di Reggio,»mostra troppo chiaramente l'errore involontario incui cadde, avendoci detto che il giorno 8 agosto dell'annostesso fu mandato per governatore della cittàAntonio Sandeo, in sostituzione di Uguccione Rangonemorto poco prima nell'officio, essendovi podestàGirolamo Guidone.

Una lettera del capitano Nicolò (Docum. II) ci confermache le attribuzioni ch'egli allora sostenne furonosoltanto militari: avendo poi essa la data CivitatellaeRegii, 28 jan. 1473, possiamo ancora arguireche il capitano abitava fin d'allora nella cittadella,sebbene vi continuassero i lavori di riparazioni.

Nel settembre 1473 si unì in matrimonio colla Dariafiglia di Gabriele Malaguzzi Valeri d'illustre famigliareggiana, che lo fece padre di dieci figli; il primode' quali fu il nostro Lodovico, il favorito delle Muse(come lo chiama l'Azzari), nato l'8 settembre 1474nella cittadella di Reggio: avvenimento che torna asplendido vanto ed onore di quella città che il poetastesso ricorda con assai compiacenza pel suo nidonatìo. «E perchè il sopraddetto Gabriele (continual'Azzari) fu nella poesia molto raro e stimato, perciòl'Ariosto solea dire d'aver ricevuto l'arte delpoetare dall'utero materno» e non dal vero maestro,[xiv]come legge malamente il Tacoli[9] e come vieneriportato dal Baruffaldi[10].

Un'iscrizione che non ha carattere di sufficienteantichità posta sotto un ritratto di Lodovico dipintoin tela, e posseduto dalla famiglia Malaguzzi, in cuileggesi natus Regii.... in camera media primi ordiniserga plateas, ha fatto ritenere a qualcuno ch'eglifosse nato nella casa materna anzichè in cittadella,la quale per essere in risarcimento eziandio nellarôcca o palazzo del capitano, non poteva prestargliconveniente abitazione. La data della lettera cheabbiam riferita sembra convincerci del contrario diciò che narra soltanto un'iscrizione, che rendesimeno autorevole coll'aggiugnere essere stato il poetamanu propria Caroli V imper. laureatus; incoronazioneche lo stesso Virginio figlio naturale di Lodovicodichiara una baia.

Il palazzo di cittadella era un vasto fabbricato, chenel 1505 accolse Lucrezia Borgia che fuggiva la pestedi Ferrara, ed ove partorì un figliuolo[11]: non è[xv]dunque difficile che mentre i lavori progredivano dauna parte, potesse prestare sufficiente abitazione dall'altra.Questi lavori non erano ancora terminatinel 1496 e pur vi abitava assai prima la famigliadel capitano, come ne dà prova il rogito col qualela Daria Malaguzzi assolve i fratelli della dote pagatalein mille ducati d'oro, pubblicato il 7 maggio1479, Regii in palatio residentiae comitis Nicolaide Ariostis, in Civitatella[12].

Stette Nicolò nell'ufficio di Reggio fino alla metàdel 1481 in cui fu traslocato capitano a Rovigo. Ciòavvenne in momenti assai critici, poichè le armi Veneteminacciavano impadronirsi di tutto il Polesine.Il capitano nel 7 luglio 1482 faceva conoscere al ducadi Ferrara che in città non rimanevano che pochifanti (circa 150), la maggior parte ammalati, che piùnon potevano far le guardie alle porte, e che «sitroverebbe a mali termini quando venisse furia alcuna».Di fatto nel 14 agosto seguente i Veneti entraronoin Rovigo, occupandola in nome della Repubblica.Nicolò Ariosto non ritornò a Ferrara, comedice il Baruffaldi, ma si ridusse a Masi villa del Polesinedi san Giorgio, aspettando gli ordini del duca,che forse tardarono, essendo Ercole I gravementeinfermo. In una lettera che Nicolò rivolgendosi alladuchessa scrive da detto luogo il 30 ottobre 1482 diceessere da necessità costretto a restare in villa pernon avere che mettersi in dosso; chè forse nella[xvi]furia dell'invasione temuta non ebbe tempo di prenderele sue robe. Di là si ridusse colla famiglia aReggio, come rileviamo dalla lettera ch'egli vi scrisseil 22 novembre di detto anno (Docum. III), ed eravipure nel 1483, trovandosi più volte nominato dal contePaolo Antonio Trotti allora commissario generale inReggio, mandatovi dal duca ne' momenti più fortunosidel dominio Estense durante la guerra colla Signoriadi Venezia; ed anzi il Trotti in una letteradel 17 maggio 1483 ricordando ad Ercole I le antichepromesse fatte all'Ariosto, «avuto etiam rispetto aquello che V. S. ed io sappiamo, che nelli tempi chesi operavano gli amici ciò che ha fatto per quella,non avendo rispetto, non che all'onore e alla vita,alla propria anima» (alludendo al tentato avvelenamentodi Nicolò d'Este), lo pregava che al prossimoS. Pietro fosse provveduto d'un officio utile ed onorevole,a motivo altresì «delli danni incalcolabili cheha patito a Rovigo, quali in verità lo

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