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Il fiume Bianco e i Dénka Memorie

Il fiume Bianco e i Dénka
Memorie
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Title: Il fiume Bianco e i Dénka Memorie
Release Date: 2018-11-20
Type book: Text
Copyright Status: Public domain in the USA.
Date added: 27 March 2019
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IL FIUME BIANCO E I DÉNKA


IL
FIUME BIANCO E I DÉNKA

MEMORIE

DEL
PROF. CAV. AB. G. BELTRAME

PUBBLICATE
PER CURA DEL R. ISTITUTO VENETO DI SCIENZE, LETTERE ED ARTI
NELL'OCCASIONE
DEL
CONGRESSO INTERNAZIONALE GEOGRAFICO
IN VENEZIA

VERONA
STABILIMENTO TIP. DI G. CIVELLI

1881.


(Proprietà letteraria).


[5]

A' MIEI LETTORI

Io nol nego: fin dai vent'anni ho avutola vocazione d'andarmene proprio in Africa;ed unico mio scopo era la conversione diquelle genti barbare e selvagge a religionee civiltà. Ma non posso negare altresì d'esserestato fin da giovinetto sempre vagodel viaggiare, d'ogni cosa nuova, strana,lontana da ogni nostra abitudine. Passavoquindi molte ore del dì guardando avidamentela carta dell'Africa; rinfocolavo l'immaginazionecolla lettura di molti viaggidi missionari e di altri viaggiatori; studiavol'arabo giorno e notte; sognavo, facevo[6]calcoli su calcoli, castelli su castelli.... edirò anche che covavo il desiderio di scrivereun giorno qualche cosa che almenonon fosse stata mai scritta; e to' che inparte ci sono riuscito. La Società GeograficaItaliana fece stampare la mia grammatica,che adesso si ristampa col dizionariorelativo della lingua dei Dénka parlatada più di venti tribù dell'Africa Centrale;e quindi un saggio di grammatica e unbrevissimo vocabolario della lingua degliAkkà. Venne pure alla luce il mio viaggionel Sènnaar e nello Sciangàllah; e aquesti lavori — per quanto ne sò io — nonvenne fatto mal viso. Ora, per curadel R. Istituto Veneto di scienze, lettereed arti, vengono pubblicate le mie memoriesul fiume Bianco e sulle tribù dénka,nella fausta occasione del Congresso InternazionaleGeografico in Venezia.

Nè voglio darmi a credere che moltecose non sieno state, o non sieno per esseregiustamente censurate. Lo so che non èpossibile scrivere un libro e mettersi cosìin relazione diretta con tante persone per[7]bene senza che vi si trovino cose degnedi nota. Ma questo posso dire ch'io cercaisempre la verità. I miei giudizi e i mieiapprezzamenti possono essere erronei, masono sinceri.

Spero quindi che anche questo poveromio lavoro non riuscirà discaro; e dico lospero, perchè eziandio la lode delle persone,ammodo s'intende, è uno sproneper tutti, che fa sopportar con piacere ilsacrificio e durar la fatica con tanto dicuore.

Verona, 30 aprile 1881.

G. Beltrame.

[9]

I.

Il Provicario Apostolico dell'Africa Centrale Ignazio Knoblecher — Ultimesue parole in Koròsko ai Missionari veronesi — Lerive del fiume Bianco da Chartùm ai Scìluk — Lemeraviglie di una foresta — Gli Arabi d'Abù-Zèt — IBaggàra-Selèm — Linguaggio mimico degli Arabi.

Mi recai per la seconda volta in Africa sulloscorcio del 1857 coi missionari Francesco Oliboni,Angelo Melotto, Alessandro Dal Bosco, Daniele Comboni,e con un artigiano, Isidoro Zili.

In Koròsko, piccolo e povero villaggio di Nubiafra il 22º e il 23º lat. N. sulla riva destra del Nilo,c'incontrammo col Provicario Apostolico IgnazioKnoblecher, il quale tornava in Europa per rimettersiin salute; ma invece moriva in Napoli nelmese, se non erro, di aprile dell'anno 1858.

A questo imperterrito Missionario, a cui mi leganotante care memorie, era dovuta l'origine dellaMissione dell'Africa Centrale che allora contava diecianni; e a lui principalmente s'addiceva il merito[10]d'averla conservata e diffusa in mezzo a stenti, sofferenze,difficoltà e pericoli senza numero. Egli avevalungamente lottato col terribile clima e sopportatocon vera rassegnazione le febbri del Sudàn, a vincerele quali torna quasi sempre inutile il solfatoe persino l'arseniato di chinina.


Mi suonano ancora all'orecchio le parole che midiceva avanti di benedirci tutti e di lasciarci l'ultimosaluto. — «Caro don Giovanni, vi raccomandola Missione Italiana, di cui voi sarete ilPresidente. Ho già disposta ed ordinata ogni cosaperchè siate bene accolto coi vostri fratelli nellaStazione di Santa Croce sul fiume Bianco (6°, 40′lat. N.). Colà starete per qualche tempo, esplorereteil paese, noterete i costumi degli abitanti, nestudierete la lingua, e sceglierete quindi la posizioneche a voi sembrerà più opportuna per fondarvi lavostra Missione. Vedete però di andar molto cautoprima di conferire il Battesimo, specialmente agliadulti. — Non so se noi ci rivedremo ancora. — Iomi sento sfinito e temo di dover presto morire....se mai, a rivederci in cielo.»

[11]

Quattro volte percorsi in barca la via del fiumeBianco; due volte a ritroso della corrente, nella stagionesecca, favorito dai venti del nord; e due voltea seconda, nella stagione delle piogge (charìf), allorquandospirano i venti del sud; e giunsi fin quasial 4º grado di latitudine settentrionale.

Partendo da Chartùm, nello scendere il fiumeAzzurro, a sinistra del quale è posta la città, i barcaiuolia forza di remi possono a stento tenere scostatala barca da quella riva, contro cui fortementela spinge il vento di tramontana: ma girata appenal'estrema punta della penisola del Sènnaar, eccoch'essi depongono i remi, spiegan la vela, e intonanoun canto monotono al loro profeta, mentrela barca sotto la carezza poderosa del vento procedeinnanzi superba verso il mezzodì.

Per un buon tratto, la curiosità del viaggiatoreche per la prima volta veleggia sul fiume Biancopreparato a gustar cose nuove e mirabili, rimanealquanto delusa. Egli non vede che due spondebasse, piane e sabbiose, larghe dai 40 ai 50 passi,che rassomigliano a due grandi strade imperiali,macchiate qua e là da alcuni arbusti e fiancheggiate,ciascuna, da un lembo del fiume e da unaforesta d'acacie; sicchè, trovandosi a una cert'orain mezzo al fiume, presentansi a destra e a sinistracome tre lunghi nastri coi colori azzurro, bianco everde, che pare non finiscano mai.

Presso a 40 miglia geografiche da Chartùm si[12]inalzano due piccoli monti, l'uno a destra del fiumechiamato Gèbel-Àule (monte primo) ed anche Giàr-en-Nèbi,dal nome di un gran Capo che abitavavicino; e l'altro a sinistra appellato Gèbel-Mòndara(monte specchio), perchè la sua testa, come diconogli Arabi, è piatta e rotonda a foggia di uno specchiettodi Trieste. Dopo alcune ore di camminos'erge pure a sinistra Gèbel-Mùssa (il monte Mosè),ch'ebbe il nome, come Giàr-en-Nèbi, da un granCapo, tutti e due tenuti in venerazione dagli ArabiHossanìeh.

Quindi il fiume si divide in più bracci che parche spacchino la foresta, formando varie e grazioseisolette ombreggiate, come le rive, da acacie, da mimose,da tamarindi e da altre piante.


Io volli internarmi nella foresta per osservarla davicino; ed oh! quanto grande e potente è lo scheletrodi quella generazione, i cui Nestori abbarbicatinel terreno primevo con tante radici serpentine enodose inalzano il loro fusto ramoso, quasi a contenderelo spazio al cielo! e intorno ad essi centopiante serpeggianti s'avviticchiano, si arrampicanoe danzano, per così dire, vagamente cadendo dalleloro cime in modo da lasciar qualche volta nelmezzo uno spazio vuoto e rotondo impenetrabile ai[13]raggi del sole, ove gran parte della notte trovanrifugio le gazzelle, i bufali, gli elefanti, il leone, illeopardo, la pantera, che s'appressano al fiume perdissetarsi; e sulle cui braccia erculee riposano tranquilligli avoltòi rapaci e le aquile, i papagalli dalleverdi piume, le timide tortorelle, le cicogne nere,le galline faraone e una quantità d'altri svariatiuccelli. — E il mattino! oh! come qui è bello ilmattino! — La luce dei primi raggi del sole salutaridente le cime degli alberi e le sprazza minutissimae le indora; si agglomera e si condensa intornoalle loro chiome eleganti; si arriccia e si vellutanelle foglie pubescenti e pelose; si acciglia e s'ottenebrafra i rami stipati; s'inceppa nelle reti dellepiante parassite, e si nasconde fra i mille labirintide' cespugli ramosi, dipingendo con la tavolozza piùfeconda e capricciosa i figli prediletti della floraafricana. — S'ode frattanto qualche mugghìo lontanodelle fiere che si addentrano nella foresta. — Elungo il fiume su quell'onda di foglie disegnatadalle cime degli alberi si veggono navigare le scimmiecoi loro nati in seno, percorrendo grandi distanzesenza discendere mai al suolo; e sotto queglialberi, una quantità di gazzelle e d'altre antilopi diforme le più leggiadre brucano l'erba rugiadosa esaltellano festose nella libera e palesemente gaialoro vita; mentre stormi di grossi uccelli vanno evengono fra l' una e l'altra riva del fiume; e quae là gloterano le cicogne, e rotano in alto gli avoltòi[14]e le aquile intorno a centinaia di tortorelle cheamoreggiano giulive tra le piante; e ovunque unainfinità di volatili d'ogni specie. Tutto canta, tuttogruga, tutto chiocchiola, tutto pigola; per tutto sisente frullo d'ali, per tutto c'è vita e armonia. — Oh!quanto solenni, nel mattino, sono i primi fremitidella foresta che risente la vita! — Ma a misurache s'alza il sole, la delicatezza delle primetinte svanisce in un immenso chiarore che ricoprecome d'un bianco velo le bellezze di questa naturaselvaggia, i quadrupedi si rintanano o si posanoall'ombra d'alberi annosi, e tace il canto degliaugelli fin verso sera. — «Allora una luce pallidadà alla foresta non so che di molle e di malinconico;c'è una specie di silenzio per l'occhio, unapace di linee e di colori, un riposo di tutte le cose,nel quale sembra che lo sguardo illanguidisca e l'immaginazionesi culli;» finchè sotto gli ultimi raggidel sole che cade, le varie tinte de' colori di cuis'adornano le piante e il movimento de' volatiliche cercano un luogo per riposarsi la notte, parche ridonino alla foresta la vita del mattino....ma una vita che tosto muore, come l'ultima scintilladel lucignolo che sta per ispegnersi.

La foresta continua a fiancheggiare le rive delfiume e a presentar sempre nuove scene.

Mi tormenterei invano se volessi esprimere conparole le varie emozioni che provai viaggiando in unpaese a me fino allora sconosciuto, di cui avevo letto[15]e avevo udito narrare mille cose bizzarre e stravaganti.Dirò solo che inoltrarsi in un tal paese espaziare collo sguardo avidamente da ogni parte;trovare un pascolo continuo alla curiosità in tuttociò che cade sott'occhio o giunge all'orecchio; gettareun oh!! di stupore a ogni tratto, e chiedereogni momento a' barcaiuoli or questa or quellacosa; sentire che la mente a poco a poco si dilatae si rischiara; provarsi ad abbozzare un gruppodi gente che non si sa ancora a quale tribù appartengae qual religione professi; sperare di vederpresto la Croce di Cristo trionfar della loro barbarietraendo seco gloriosa la civiltà; e pensare didescrivere un giorno, o colla voce o colla stampa,tante cose a chi non le ha mai vedute o sentite...è davvero il più vivo e il più vario dei dilettiumani.

Queste foreste, che accompagnano il fiume a destrae a sinistra, da Chartùm (15°, 37′) fin presso amachàdat-Abù-Zèt (13º lat. N.), non s'estendono inlarghezza che circa due miglia geografiche, e in granparte sono inondate dalle acque del fiume durantela stagione piovosa.


I primi abitanti che si trovano a sud di Chartùmlungo il Bàhr-el-Àbiad sono gli Arabi Hossanìeh,[16]e quindi i Baggàra a sinistra del fiume, e gli Abù-Ròfa destra tra il 10º e il 14º lat. N.

Questi, come quasi tutti gli Arabi del Sudàn quae là dispersi tra il 10º e il 15º grado, dalle rivedel Senegàl sino a quelle del fiume Azzurro, si diconoArabi d'Abù-Zèt.

Ecco quanto ci racconta la tradizione presso tuttele tribù arabe da me visitate lunghesso i fiumi Biancoed Azzurro, fatta eccezione degli Abù-Gerìt, o Zabàlat[1],e di qualche altra piccola tribù di coloregiallognolo, la quale venne a stanziarsi nel Sudànmolto più tardi degli Arabi Abù-Zèt.

«In un'epoca posteriore all'egira, e forse allorquandoAmùr s'impadroniva dell'Egitto, molte tribùarabe, sotto la condotta di Abù-Zèt e di altri suoicompagni, abbandonarono la penisola arabica, e traversatoil mar Rosso, probabilmente a Bab-el-Màndeb,per una via ora sconosciuta arrivarono finalmente alfiume Bianco durante la stagione secca. Abù-Zèt, essendole acque molto basse, camminava lungo ilfiume per vedere se c'era un guado; e trovatolo,passò pel primo alla riva opposta tirando per l'orecchiouna delle sue capre e cercando così di eccitareuomini ed animali a seguirlo; ma non viriuscì; niuno s'attentò di traversare il fiume in quelpunto a cui fu dato il nome, che tuttora conserva,[17]di guado della capra (machàdat-el-Àns). Abù-Zètquindi ruppe il guado, poche ore dopo di camminopiù a nord, in un luogo che presentava minoridifficoltà, e tutti lo seguirono uomini ed armenti.Da quell'epoca il guado prese il nome di Abù-Zèt(machàdat-Abù-Zèt).»

Questi Arabi si diffusero poi per tutto il Sudàn.Le tribù arabe del Senegàl, di Bòrnu, dell'Uadày,del Dar-Fùr, gli Aulàd-Rascìd e i Salamàt, i Risekàte i Benì-Aèlba, gli Aulàd-Òmar ed altri non traggonoaltra origine.

Gli Arabi poi che si stabilirono nel Kordofànformarono le seguenti tribù:

I Kubabìsc, cioè pastori de' montoni, che compongonola tribù più importante del Kordofàn eche abitano il paese da Dòngolah fino a El-Obèid.Essi guidano le carovane e noleggiano i loro cammelliai Giallàba (mercanti) pel trasporto dell'avorio,del tamarindo e

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