L'umorismo

L'umorismo
Title: L'umorismo
Release Date: 2018-04-10
Type book: Text
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Date added: 27 March 2019
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L'UMORISMO


LUIGI PIRANDELLO

L'UMORISMO

SAGGIO

SECONDA EDIZIONE AUMENTATA

FIRENZE
LUIGI BATTISTELLI — Editore
1920


Proprietà Letteraria

Stab. FED. SACCHETTI & C. — MILANO — Via Zecca Vecchia, 7


[5]

PARTE PRIMA

[7]

I.La parola «umorismo»

[9]

Alessandro D'Ancona, in quel suo notissimostudio su Cecco Angiolieri da Siena,[1] dopo avernotato quanto vi sia di burlesco in questo nostropoeta del sec. XIII, osserva: «Ma per noi l'Angiolierinon è soltanto un burlesco: bensì anche,e più propriamente, un umorista. E qui i camarlinghidella favella ci faccian pure il viso dell'arme,ma non pretendano di dire che in italiano bisognarassegnarsi a non dir la cosa, perchè nonabbiam la parola».

E, accortamente, in una nota a pie' di pagina,[2]soggiunge: «È curioso però che il traduttorefrancese di una dissertazione tedesca sull'Humour,inserita nel Recueil de piéces intéressantes,concernant les antiquités, les beaux-artes, les belles-lettres,citando il Riedel. Theor. d. SchöneKunsten, I. artic. Laune, sostenga che sebbene gliInglesi, ed il Congreve in particolare, rivendichinoper sè i vocaboli humour e humourist «il estnéanmoins certain qu'ils viennent de l'italien».

[10]

E quindi il D'Ancona riprende: «Del resto,poi, la nostra lingua ha umore per fantasia, capriccio,e umorista per fantastico: e gli umoridell'animo e del cervello ognun sa che stanno instretta relazione con la poesia umorista. E l'Italiaebbe ai suoi tempi le accademie degli Umorosia Bologna ed a Cortona e degli Umoristi in Roma,[3]e speriamo che i mali umori della politicanon le facciano mai venir meno i begli umori nelregno dell'arte».

La parola umore derivò a noi naturalmente dallatino e col senso materiale che essa aveva di corpofluido, liquore, umidità o vapore, e col sensoanche di fantasia, capriccio o vigore. «Aliquantumhabeo humoris in corpore, neque dum exaruiex amoenis rebus et voluptariis» (Plauto). Qui humornon ha evidentemente senso materiale, perchèsappiamo che, fin dai tempi più antichi, ogni umorenel corpo era ritenuto segno o cagione di malattia.

«Li uomini, — si legge in un vecchio libro dimascalcia, — hanno quattro umori: cioè lo sangue,la collera, la flemma e la malinconia: e questi[11]umori sono cagione delle infermità degli uomini».E in Brunetto Latini: «Malinconia è unumore, che molti chiamano collera nera, ed è fredda,e secca, ed ha il suo sedio nello spino» — com'èinsomma nel latino di Cicerone e di Plinio.Sant'Agostino poi in un suo sermone ci fa sapereche «i porri accendono la collora, i cavoli generanomalinconia».[4]

Sarà bene, trattando dell'umorismo, tener presenteanche quest'altro significato di malattiadella parola umore, e che malinconia, prima di significarequella delicata affezione o passion d'animoche intendiamo noi, abbia avuto in origineil senso di bile o fiele e sia stata per gli antichi unumore nel significato materiale della parola. Vedremoappresso la relazione che le due paroleumore e malinconia avranno tra loro assumendoun senso spirituale.

Diciamo intanto che tal relazione, se non mancòaffatto nello spirito della nostra lingua, certo nonvi apparve chiaramente. Da noi, infatti, la parolaumore o serba il significato materiale, tanto cheun proverbio toscano può dire: «Chi ha umorenon ha sapore» (alludendo alle frutta acquose); o,se assume un significato spirituale, esprime sì inclinazione,natura, disposizione o stato passeggerod'animo o anche fantasia, pensiero, capriccio,ma senza una qualità determinata; tanto vero[12]che dobbiamo dire umor tristo o gaio, o tetro,buono o cattivo o bell'umore, ecc.

Insomma, la parola italiana umore non è lainglese humour. Questa, come dice il Tommaseo,racchiude e contempera le nostre espressioni bell'umore,buonumore e malumore. C'entrano unpo', dunque, i cavoli di Sant'Agostino.

Discutiamo adesso su la parola, non su la cosa:è bene avvertirlo, perchè non vorremmo si credesseche a noi manchi veramente la cosa per il solofatto che la parola nostra non riuscì idealmentea serbare e a contemperare in sè ciò che già materialmenteincludeva. Vedremo che tutto, in fondo,si riduce a un bisogno di più chiara distinzioneche sentiamo noi, perchè, o bello o buono o tetroo gajo, umore è sempre, e non è diverso dall'inglesenell'essenza, ma nelle modificazioni chenaturalmente vi imprimono la lingua diversa e lavaria natura degli scrittori.

Del resto, non si creda che la parola inglesehumour e il suo derivato umorismo siano di cosìfacile comprensione.

Il D'Ancona stesso, in quel suo saggio su l'Angiolieri,su cui più tardi dovremo ritornare, confessa:«S'io dovessi dare una definizione dell'umorismosarei davvero molto impacciato». Ed haragione. Tutti dicono così.

Piuttosto no 'l comprendo, che te 'l dica.

Di tutte quelle tentate nei secoli XVIII e XIXparla in un suo studio già citato, il Baldensperger,per concludere, a modo del Croce, che: «iln'y a pas d'humour, il n'y a que des humouristes»,come se per poter dire o riconoscere chequesto o quello scrittore è un umorista, non si[13]dovesse avere un qualche concetto dell'umorismo,e bastasse sostenere, come fa il Cazamian, citatodallo stesso Baldensperger, che l'umorismo sfuggealla scienza, perchè gli elementi caratteristicie costanti di esso sono in piccolo numero e sopratuttonegativi, laddove gli elementi variabilisono in numero indeterminato. Sì. Anche l'Addisonstimava più facile dire ciò che l'humournon è, che dire ciò che è. E tutte le fatiche chesi son fatte per definirlo ricordano veramentequelle speciosissime che si fecero nel secolo XVIIper definir l'ingegno (oh, il Cannocchiale aristotelicodi Emmanuele Tesauro!) e il gusto o buongusto e quell'ineffabile non so che, per cui ilBouhours scriveva: «Les Italiens, qui font mystèrede tout, emploient en toutes rencontresleur non so che: on ne voit rien de plus commundans leur poëtes». Gl'Italiani «qui fontmystère de tout». Ma andate a domandare aiFrancesi che cosa intendano per esprit.

Quanto all'umorismo, «certo è, — seguita ilD'Ancona, — che la definizione non è facile, perchèl'umorismo ha infinite varietà, secondo le nazioni,i tempi, gl'ingegni, e quel di Rabelais e diMerlin Coccajo non è una cosa coll'umorismo delloSterne, dello Swift o di Gian Paolo, e la venaumoristica dello Heine e del Musset non è di egualsapore. Non vi ha poi forse alcun altro generenel quale sia, o dovrebbe esser più sottil differenzadalla forma prosaica alla poetica, per quantociò non venga sempre avvertito dai lettori, eneanche dagli scrittori. Ma di ciò, e delle ragionidi queste differenze, e delle varietà fra l'umoree la satira e l'epigramma e la facezia e la parodiae il comico d'ogni foggia e qualità, e se, come vuole[14]il Richter, alcuni umoristi sieno semplicementelunatici, non è qui il luogo di discutere. Certo èquesto, che un fondo comune vi è in tutti coloroche la voce pubblica raccoglie sotto la stessa denominazionedi umoristi».

L'osservazione in fondo è giusta; ma — pianocon la voce pubblica! — vorremmo dire al D'Ancona.«Dopo la parola romanticismo, la parolapiù abusata e sbagliata in Italia (in Italia soltanto?)è quella di umorismo. Se fossero realmenteumoristi gli scrittori, i libri, i giornali battezzaticon questo nome, noi non avremmo nullada invidiare alla patria di Sterne e di Thackerayo a quella di Gian Paolo e di Heine. Non si potrebbeuscir di casa senza incontrar per la stradadue o tre Cervantes e una mezza dozzina di Dickens...Vogliamo solo notare fin da principio chevi è una babilonica confusione nell'interpretazionedella voce umorismo. Per il gran numero, scrittoreumoristico è lo scrittore che fa ridere: il comico,il burlesco, il satirico, il grottesco, il triviale: — lacaricatura, la farsa, l'epigramma, ilcalembour si battezzano per umorismo: come daun pezzo si costuma di chiamare romantico tuttociò che vi è di più arcadico e sentimentale, di piùfalso e barocco. Si confonde Paul de Kock con Dickens,e il visconte d'Arlincourt con VictorHugo».

Questo notava Enrico Nencioni, già fin dal 1884,in un articolo su la Nuova Antologia intitolatoappunto L'Umorismo e gli Umoristi, che fecemolto rumore.

Non si può dir veramente che la voce pubblicain tutto questo lasso di tempo, si sia ricreduta.Anche oggi, per il gran numero, scrittore umoristico[15]è lo scrittore che fa ridere. Ma, ripeto, perchèin Italia soltanto? Da per tutto! Il volgo nonpuò intendere i segreti contrasti, le sottili finezzedel vero umorismo. Si confondono anche altrove lacaricatura, la farsa bislacca, il grottesco conl'umorismo; si confondono anche là dove al Nencionisembrava (e non a lui soltanto) che l'umorismostèsse di casa: non ha forse nome d'umoristaMark Twain, i cui racconti sono, secondo lasua stessa definizione «una collezione di eccellenticose, prodigiosamente divertenti, che strappanoil riso anche dai volti più ingrugniti?».

Il giornalismo, un certo giornalismo si è impadronitodella parola, l'ha adottata e, sforzandosidi far ridere più o meno sguajatamente a ognicosto, l'ha divulgata in questo falso senso.

Cosicchè ogni vero umorista prova oggi ritegno,anzi sdegno a qualificarsi per tale. — Umorista,sì, ma... non confondiamo, — si sente il bisognod'avvertire: — umorista nel vero senso dellaparola.

Come dire:

— Badate ch'io non mi propongo di farvi riderefacendo sgambettar le parole.

E più d'uno, per non passar da buffone, pernon esser confuso coi centomila umoristi da strapazzo,ha voluto buttar via la parola sciupata,abbandonarla al volgo, e adottarne un'altra: ironismo,ironista.

Come da umore, umorismo; da ironia, ironismo.

Ma ironia, in che senso? Bisognerà distinguere,anche qui. Perchè c'è un modo retorico e un altrofilosofico d'intendere l'ironia.

L'ironia, come figura retorica, racchiude in sèun infingimento che è assolutamente contrario alla[16]natura dello schietto umorismo. — Implica sì,questa figura retorica, una contradizione, ma fittizia,tra quel che si dice e quel che si vuole siainteso. La contraddizione dell'umorismo non èmai, invece, fittizia ma essenziale, come vedremo,e di ben altra natura.

Quando Dante aggrava la riprensione eccettuandodal numero dei ripresi chi è più riprensibile,come per la brigata dei prodighi matti, allorche esclama: ... Or fu giammai — Gente sì vana?e un dannato risponde: — Tranne lo Stricca...E tranne le brigata; oppure là dove dice:

Ogni uom v'è barattier fuor che Bonduro;

o quando rammenta il bene per esacerbare il sentimentodel male, come fanno i diavoli al barattierlucchese:

... Qui non ha luogo il Santo Volto

Qui si nuota altrimenti che nel Serchio;

o quando a chi parla fa rammentare i proprii vantagginell'usarli aspramente, come fa quell'altrodiavolo che toglie a S. Francesco l'anima d'unreo, argomentando teologicamente su la penitenza,per modo che quell'anima presa da lui si sentedire:

Forse

Tu non pensavi ch'io loico fossi;

o quando esclama:

Godi, Firenze, poichè sei sì grande;

oppure:

Fiorenza mia, ben puoi esser contenta

Di questa digression che non ti tocca

. . . . . . . . . . . . . . . .

Or ti fa lieta, che tu hai ben onde;

Tu ricca, tu con pace, tu con senno...

[17]

dà mirabili esempi di ironia nel senso retoricodella parola: ma nè qui, nè in altro punto, delresto, della Comedia, non è traccia d'umorismo.

Un altro senso, dicevamo, e questo filosofico, fudato alla parola ironia in Germania. Lo dedusseroFederico Schlegel e Ludovico Tieck direttamentedall'idealismo soggettivo del Fichte; maderiva in fondo da tutto il movimento idealisticoe romantico tedesco post-Kantiano. L'Io, solarealtà vera, spiegava Hegel, può sorridere dellavana parvenza dell'universo: come la pone, puòanche annullarla; può non prender sul serio leproprie creazioni. Onde l'ironia: cioè quella forza — secondoil Tieck — che permette al poeta didominar la materia che tratta; materia che si riduceper essa — secondo Federico Schlegel — auna perpetua parodia, a una farsa trascendentale.

Trascendentale più d'un po', osserveremo noi,questa concezione dell'ironia: nè, del resto, seconsideriamo per poco donde ci viene, poteva esserealtrimenti. Tuttavia essa ha, o può avere,almeno in un certo senso, qualche parentela colvero umorismo, più stretta certamente che nonl'ironia retorica, da cui, in fondo, tira tira, si potrebbeveder derivare. Qui, nell'ironia retorica,non bisogna prender sul serio quel che si dice; lì,nella romantica, si può non prender sul serio quelche si fa. L'ironia retorica sarebbe, rispetto allaromantica, come quella famosa rana della favola,la quale, trasportata nel macchinoso mondo dell'idealismometafisico tedesco e abbottandosi quapiù di vento che d'acqua, fosse riuscita ad assumerele invidiate proporzioni del bue. L'infingimento,quella tal contraddizione fittizia, di cui[18]parla la retorica, è diventata qua, a furia di gonfiarsi,la vana parvenza dell'universo. Ora ecco:se l'umorismo consistesse tutto nella puntura dispillo che svescia quella rana abbottata, ironia eumorismo sarebbero press'a poco la stessa cosa.Ma l'umorismo, come vedremo, non è tutto in questapuntura di spillo.

Al solito, Federico Schlegel non fece altro quiche esagerare idee e teorie altrui: oltre all'idealismosoggettivo del

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