Ben Hur_ Una storia di Cristo

Ben Hur_ Una storia di Cristo
Author: Wallace Lew
Title: Ben Hur_ Una storia di Cristo
Release Date: 2018-12-16
Type book: Text
Copyright Status: Public domain in the USA.
Date added: 27 March 2019
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BEN HUR


LEWIS WALLACE

Ben Hur

UNA STORIA DI CRISTO

Prima Traduzione Italiana

di H. MILDMAY e GASTONE CAVALIERI

MILANO
casa editrice BALDINI, CASTOLDI & C.º
Galleria Vittorio Emanuele 17-80
1900


PROPRIETÀ LETTERARIA

Milano — Stabilimento Tipografico BASSI & PROTTI, — Via V. Monti, 31


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AL LETTORE

Dopo che il Quo Vadis ha portato unavera rivoluzione nel campo dei romanzi storici,parrà per lo meno ardito presentare al pubblicouna nuova opera dello stesso genere sostenendoche, per elevatezza di concetti ispiratori,e per larghezza di erudizione, l'autoredi essa non sia meno raccomandabile ed encomiabiledello Sienckievicz. Non facciamo vane parole.Le quattrocento edizioni inglesi, francesi,tedesche, svedesi, rispondono del nostro giudizio.Ben Hur è la produzione meravigliosa di unpiù meraviglioso ingegno; Lewis Wallace, notocome valoroso ufficiale distintosi nella guerradi secessione, dimorante attualmente a CrowfordsvilleIndiana (S. U. A.), ex diplomatico,è divenuto uno dei più popolari scrittori deisuo paese; nel volume, Gerusalemme, Antiochia;tutto l'Oriente, a differenza degli altrilibri che pongono la scena principale in Roma;costumi e vita del tempo di Cristo, sono magnificamentedescritti. Il prologo, l'introduzione delprimo libro, benchè traducendo dal testo inglese,sono stati da noi ridotti a proporzioni alquantopiù brevi e più conformi all'indole del nostropubblico, il quale, se non li salterà a piè pari,farà cosa buona, e se ne troverà contento perla bellezza che riscontrerà nei libri seguenti, cui,Prologo e prima parte, sono necessaria seppurlunga preparazione.

I Traduttori

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················

Ma questa ripetizione della vecchia storia è appunto il fascinopiù bello del racconto famigliare. Se noi ci ripetiamosovente dolci pensieri senza provarne noia perchènon permetteremmo ad altri di destarli in noi?

J. Paul RichterHesp.

Ve' d'Orïente per le vie, lontani,

attraversando l'aria profumata,

corrono i saggi addotti da le stelle..,

. . . . . . . . . . . . .

Ma già tranquilla era la notte quando

Nacque il Bambino annunciator di pace.

Tacevan l'aure di stupor percosse

e s'acquetavan l'onde a le carezze

dolci de i venti, in murmure soave

narranti nove gioie al cheto mare:

torme d'augelli s'assidean su l'onde

calme, trillando cantici festosi.

La natività di Cristo. — L'Inno — di Milton

[9]

LIBRO PRIMO

CAPITOLO I.

Jebel es Zubleh è una catena di monti dell'estensione dioltre cinquanta miglia ma così breve in larghezza dafigurare sulle carte geografiche come un misero brucoche segua, strisciando, la sua via, dal Nord al Sud. Essasta, immobile, eretta sulle sue rupi rosse e bianche,guardando verso il disco pallido del sole nascente, e dallesue vette si scorge solo il deserto dell'Arabia, dove i ventidell'est, così dannosi ai vigneti di Gerico, hanno, fin daitempi più remoti, creato un campo propizio alle loro orribilibattaglie. Le falde della catena del Jebel son ricoperteda uno strato fitto di sabbia lasciatevi dall'Eufrate, e destinatea rimanervi, essendo essa una linea di divisionealle praterie di Moab e Ammon all'ovest, praterìe che, unavolta, facevan parte del deserto.

L'arabo si parla in tutto il sud e in tutto l'oriente dellaGiudea: epperò, in lingua araba, Jebel significa letto d'innumerevolicanali, che, interrompendo la strada Romana — oraun semplice sentiero a paragone di una volta — stradapolverosa per i pellegrini siriani provenienti dallaMecca o diretti ad essa, formavano dei solchi, approfondentisisempre più nel loro corso, e riversanti i torrentinella stagione piovosa, nel Giordano, oppure nel Mar Morto.

Da uno di questi canali, e più precisamente da quelloche nasce ai piedi del Jebel e si estende in direzione nord-est,si forma il letto del fiume Iablok; per questo letto[10]passava, diretto all'infinita stesa del deserto, di buon mattino,un viaggiatore, cui occorre rivolgere la nostra attenzione.

All'apparenza dimostrava quarantacinque anni, e la suabarba, per l'addietro di un nero castagno, faceva bella mostradi sè fluendo, brizzolata, sul suo petto.

Il suo viso era scuro come cioccolatte, e nascosto da unrosso Kufiyeh, nome dato dai figli del deserto, anche algiorno d'oggi, ai fazzoletti che servon loro da copricapo.

Di quando in quando alzava gli occhi, ed essi eranograndi e scuri. Era vestito con abiti comunissimi nell'oriente,abiti di cui però non può esser fatta una descrizione minuta,perchè egli era nascosto sotto una piccola tenda suldorso di un dromedario bianco, gigantesco. I popoli dell'occidenteforse non si sono ancora abituati a veder i cammelliin assetto per la traversata del deserto. Altre cose,può essere, li avrebbero disinteressati a poco a poco,non questa, per la quale, ogni volta, si sentono massimamenteattratti. Anche alla fine di lunghi viaggi, compìti insiemea carovane, anche dopo anni ed anni di permanenzafra i Beduini, i nativi dell'ovest, in qualunque posto si trovino,si fermano ed attendono i cammelli quando sannoch'essi debbono passare. Il fascino di questi enormi quadrupedinon è nella figura ridicola, nei movimenti pocoaggraziati, nel passo silenzioso, o nel camminare pesante:come le navi forman l'ornamento più gentile del mare,così gli animali del deserto sono, per il deserto, l'ornamentomigliore. Nel cammello esso ha un misterioso rappresentante,di modo che, mentre noi lo guardiamo, il nostropensiero si trasporta di riflesso sui misteri che incarnae in ciò consiste il miracolo dell'attrazione inspirataci.

Il quadrupede, che usciva ora dal canale, avrebbe potutopretendere il solito omaggio dei curiosi. Il colore el'altezza del corpo, la grandezza del piede, un complesso,non grasso ma muscoloso; un collo lungo, sottile, ricurvocome quello di un cigno; il muso, con uno spazio largofra gli occhi, e terminato a punta, in modo che un braccialettofemminile avrebbe potuto rinchiuderlo; l'andaturaa passi lenti, cauta e sicura; tutto certificava il suo sanguesiriano, assolutamente impareggiabile. Portava il solito frontale,che gli copriva la fronte, con una frangia scarlatta, e gliguarniva il collo con delle catene di rame, pendenti, ognunadelle quali terminava con un campanello d'argento dai leggeritintinnii; però, al frontale, non si accompagnavano[11]le redini per il cavaliere nè la cinghia di cuoio pel servoconducente. La sella, posta sul dorso, era una meraviglia,e presso qualsiasi popolo, che non fosse stato quello dell'Oriente,sarebbe derivata fama d'inventore a chi ne avessecostruita una di simile. Consisteva in due casse di legno,appena lunghe un quattro piedi, bilanciate, e pendentiuna per parte; all'interno erano foderate, tappezzate,ed accomodate in modo da permettere al padrone di sedereo di giacere, mezzo sdraiato; sopra tutto questo ammennicolo,poi, era distesa una tenda verde, assai larga di dietro,tenuta ferma da cinghie e da correggie di cuoio strette fraloro da innumerevoli nodi. Così gl'ingegnosi figli di Cushavevano cercato di rendere comoda la via soleggiata deldeserto lungo la quale si recavano tanto per loro doverecome per loro piacere.

Quando il dromedario uscì dal canale, che era già giuntoallo sbocco, il viaggiatore aveva passato il confine dell'ElBelka, l'antico Ammon. Dinanzi a sè egli aveva il solecoperto da vapori di nebbia, e il deserto sterminato; nonle regioni delle sabbie in balìa del Simun, le quali eranpiù lontane, ma la regione ove il verde si fa meno frequente,e dove il terreno è cosparso di ciottoli e di pietregrigie e brune. Qua e là delle acacie languenti, dei ciuffid'erbe, dei piccoli arbusti. Quercie, rovi, e vari alberelli,eran rimasti addietro, al confine del deserto, quasi allineati,a gruppo, come se fossero venuti fin lì e poi si fosserofermati a guardare l'arida stesa, spauriti, senz'aver il coraggiod'inoltrarsi. Il giorno era alto. Quella parte di stradache era ben mantenuta stava per terminare.

Il cammello sembrava più che mai seguire una direzionecostrettovi dalla mano dell'uomo, tanto allungava ed affrettavail passo col muso rivolto all'ampio orizzonte, aspirandol'aria a più riprese per le larghe narici. La lettiga dondolava,si sollevava e s'abbassava come un battello alla mercèdelle onde. S'udiva il fruscìo delle foglie secche calpestatee, di quando in quando, un profumo simile all'odored'assenzio raddolciva l'aria. Allodole e rondini svolazzavanointorno, e pernici bianche s'allontanavano emettendo stranisibili. Meno di frequente una volpe od una iena correvanoveloci per venir a studiare gli ospiti intrusi a una relativadistanza.

A destra sorgevano le montagne della catena del Jebel;il velo grigio-perla che le copriva, cambiava, da un momentoall'altro, in un colore di porpora che il sole poco[12]dopo rendeva anche più rosso. Sopra le più alte cime unavvoltoio si aggirava, con lentezza, librandosi sulle grandiali, ma il viaggiatore, rannicchiato sotto alla sua tendaverde, pareva non occuparsi di quanto succedeva all'intorno.I suoi occhi fissi, immobili, sembravano essere inpreda ad un sogno. Uomo ed animale procedevano comeguidati da una mano invisibile.

Per due ore il dromedario camminò, certo della propriavia, rivolto ad oriente. E il viaggiatore non cambiò mai diposizione e non guardò nè a destra nè a sinistra.

Nei deserti le distanze non si misurano a miglia o aleghe, ma a saat (ore) o a manzil (tappe); il saat corrispondea tre leghe e mezza, il manzil a quindici o venticinque;e il saat è, su per giù, la velocità dei cammelli comuni.Un cammello siriano da trasporto, può, facilmente,compiere in un'ora tre leghe e mezza, e, a gran fatica,competere di velocità col vento ordinario. Il paesaggio,lungo il cammino, subì una completa trasformazione.Il Jebel si stendeva lunghissimo, come un nastrocolor celeste chiaro. Mucchi d'argilla e di sabbia calcareasi trovavano ad ogni passo. Di quando in quandosi vedevano delle masse di pietre basaltiche, sentinelleavanzate della montagna ai confini della pianura. E, infine,stese immense di sabbia, ora piana, ora ammucchiata, oracome divisa in solchi, e simile al fondo d'un mare nonmolto prima agitato dalla tempesta. Anche l'atmosfera nonera più la stessa di poco innanzi. Il sole, già alto, avevatrionfato della nebbia e riscaldata l'aria; pareva che, coiraggi, volesse baciar con dolcezza il viaggiatore sotto latenda; la terra tutt'all'ingiro era illuminata da una lucebiancastra, e anche il cielo aveva degli splendidi riflessi.

Due ore trascorsero senza alcuna sosta e senza mutardirezione. Ormai tutto era sterile ed arido intorno. La sabbiastessa era così indurita e formava una leggiera crostache si rompeva crepitando ad ogni passo del cammello.

Il Jebel era scomparso in lontananza e pareva di esserenel letto di un oceano sconfinato. L'ombre del cammelloe del suo cavaliere, che prima si disegnavano dietro ad essi,ora si riproducevano davanti, e continuavano ad essere leloro uniche compagne. Il viaggiatore però, non vedendoalcuna oasi, si sentiva preso da un forte scoraggiamento.Nessuno, è bene ricordarlo, traversa il deserto per semplicepiacere. Chi compie il tragitto, costrettovi dal commercioo da ragioni famigliari, lo compie per sentieri[13]cosparsi di ossa di morti, dimenticate a guisa di tristi emblemifunebri. Tali sono le strade interminabili che disgiungonol'ultima sorgente dalla sorgente più prossima, e pascoloda pascolo. Il cuore del più vecchio sceicco batteforte quando lo sceicco si trova solo nei tratti senzasentiero. Così il nostro amico non poteva certo essere inviaggio per puro divertimento, nè aveva l'aspetto di unfuggitivo poichè non guardava mai dietro a sè. Allorchèuno si trova in una situazione come questa, sente paura ecuriosità, ma egli non era nè pauroso nè curioso. L'uomoquando si trova solo, si adatterebbe, in genere, a qualunquecompagnia; il cane gli diviene un buon camerata, il cavalloun amico, ed egli non si vergognerebbe di colmarli di carezzee parlar loro d'affetto. Il cammello però non riceveva maidall'uomo un simile tributo, una carezza, una parola gentile.

A mezzogiorno preciso, il dromedario si fermò, spontaneamente,emettendo un lamento pietoso. Pareva volesseprotestare per il peso soverchio e chieder un trattamentocortese e un po' di sonno. Il padrone si scosse come se sidestasse dall'aver dormito a lungo. Alzò la tenda del houdah,guardò il sole, esaminò il paese da tutte le parti, minutamente,come per identificare la posizione. Soddisfatto poidell'esame, respirò a pieni polmoni e scrollò il capo comeper dire: «Finalmente! Finalmente!» Un momento dopoincrociò le mani sul petto, chinò la testa e pregò in silenzio.Compiuto questo dovere, si preparò a discendere. Gliuscì di bocca un suono gutturale, famigliare senza dubbioai cammelli di Giobbe: Ikh! Ikh! cioè il segnale d'inginocchiarsi.Lentamente il cammello ubbidì, prorompendo in unlungo urlo. Il cavaliere, fattosi un punto d'appoggio delmagro collo dell'animale, scese sulla sabbia.

CAPITOLO II.

Il nostro uomo era ammirevole per le proporzioni delcorpo, più tarchiato che alto. Slegando la corda di seta chegli stringeva il kufiyeh alla testa, lo cacciò indietro inmodo da lasciar completamente scoperto il viso, un visoenergico, abbronzito; la fronte era bassa e spaziosa, il nasoaquilino, gli occhi fatti a mandorla; i capelli fitti, ruvidi,di un lucido metallico, gli scendevano sulle spalle in molte[14]treccie e gli davano un'aria originale. Assomigliava ai Faraonio agli ultimi Tolomei: a Mizraim, padre della

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