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Novelle Napolitane

Novelle Napolitane
Title: Novelle Napolitane
Release Date: 2018-04-24
Type book: Text
Copyright Status: Public domain in the USA.
Date added: 27 March 2019
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NOVELLE NAPOLITANE.


Novelle Napolitane

DI

SALVATORE DI GIACOMO

Prefazione di BENEDETTO CROCE.

MILANO
Fratelli Treves, Editori

Quarto migliaio.


PROPRIETÀ LETTERARIA.

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservatiper tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.

Milano, Tip. Treves — 1919.


[v]

PREFAZIONE.

Queste novelle giovanili del Di Giacomo, scritteventicinque e più anni fa, sono state finora pregiateda pochi perchè note a pochi. Vero è che,per compenso, il pregio in cui le hanno tenutequei pochi, è così alto da valere l'ammirazionedei molti. E io confesso che nel confortare l'amicoautore (il quale, come sogliono talora i veri artisti,si è straniato da esse perchè rappresentanoper lui un periodo oltrepassato e ormai lontanodella sua vita e della sua opera, e le guardacon iscarso affetto, e quasi si scusa di averlecomposte!), nel confortarlo, dico, e nel farglipremure, perchè ne permettesse la ristampa, ero[vi]diviso tra due opposti sentimenti. Da una parte,il desiderio di vedere generalmente gustato elodato ciò che da un pezzo formava oggettodella mia stima fervente; dall'altra, una sortadi rimpianto e di gelosia nel pensare che, trabreve, sarebbe facile a tutti quel godimento cheera riserbato finora solo a chi, come me, avevala fortuna di possedere i leggiadri e rarissimivolumetti del Minuetto settecento (1883), di Nennella(1884), delle Mattinate napoletane (1886) edi Rosa Bellavita (1888).

È accaduto, per le ragioni ora dette, che laddovela fama del Di Giacomo poeta si è rapidamenteampliata negli ultimi anni da fama municipalea nazionale, e persino a internazionale(perchè le sue liriche sono studiate da criticistranieri, e parecchi si sono provati a tradurlein francese e in ispagnuolo, in tedesco e in inglese),il Di Giacomo novelliere è rimasto nell'ombra.«Ma ha scritto anche novelle il Di Giacomo?»,ho udito più volte domandarmi. «E,dite, che cosa valgono?».

[vii]

Tali domande non si rinnoveranno, dopo chesarà stato messo in circolazione questo volume:il quale raccoglie non tutte le novelle del Di Giacomo,[1]ma certamente molte delle più antiche,e insieme delle più belle e importanti. E nessunodubiterà più, o ignorerà, che, oltre un DiGiacomo poeta, c'è un Di Giacomo novelliere.

Senonchè, si può fare poi questa distinzionetra il poeta e il novelliere? Nel Di Giacomo menoancora che in altri: tanta è la medesimezzadel sentimento nelle sue liriche e nei suoi racconti;e tanto i periodi della sua prosa suonanocome strofe di ben elaborata poesia. Ammonimentoa quegli alchimisti letterarii che vannoescogitando la poesia in prosa o il verso libero;e non hanno occhi per vedere che la poesia inprosa e il verso libero non aspettano le loro invocazionie le loro artificiose combinazioni pervenire ad esistenza, ma già esistono nel miglior[viii]modo in quei novellieri, in quei prosatori, chesono intimamente poeti.

Come nell'opera del Di Giacomo non è da faredistinzione tra poesia e prosa, così si potrebbedire che vi appare abolita l'altra tra poesia epittura. Si vedano i suoi paesaggi, le sue rappresentazionidi ambienti, le sue figurazioni difisonomie ed atteggiamenti. E veramente il DiGiacomo non esce poeta e novellatore da ungruppo di letterati che verseggiano e narrano;ma vien fuori di tra i pittori napoletani, coi quali,e non con gli uomini di lettere, gli piacque diconvivere fin da giovane, per affinità di temperamenti,per attrazione di simpatia e di reciprocaintelligenza, per modi d'ispirazione e abitidi lavoro. Chi penetra oltre la superficie, avvertesubito nelle sue pagine i procedimenti del pittoreche costruisce il quadro ponendo i colori edistribuendo luci ed ombre.

Pittore non pittoresco, cioè non sfoggiante; epoeta e novellatore che sa fare cose grandi conniente, cioè senz'averne l'aria, distruggendo a[ix]forza di lavoro tutto ciò che in altri, col troppoe col vano, con gli sforzi e con gli «effetti», accusal'immaturità della visione. Il Di Giacomonon preme sui suoi motivi artistici, sottintendetutto ciò che si può sottintendere, condensa e concentraquello che per pigrizia altri lascia errarediffuso; ha in grado eminente la castità dellaforma, che si suole chiamare «classicità».

La quale classicità, che parecchi ai giorni nostricredono di ritrovare nelle opere povere divita etica degli artisti decoratori e sensuali, èinvece il più forte veicolo della ricca vita eticae passionale: è l'arco robusto che manda sicuroal segno lo strale. La nota dominante nell'animodel Di Giacomo, nei suoi versi e nelle sueprose, è data dalla pietà: una pietà amara, chenon filosofeggia, non si consola con considerazionisull'universo nè si atteggia a pessimismosistematico, ma resta semplicemente questo: pietà:«E ched è sta vita nosta! Quant'è amarae quant'è triste!», esclamano due versi di unsuo compianto per una ragazza tradita e morta:[x]esclamazione, che è tutta la sua filosofia. E permia parte non posso leggere queste pagine senzasentire di tanto in tanto un nodo alla gola eritrovarmi gli occhi umidi — di un intenerimentoche non discerno fino a qual punto vengadalla pietà delle cose narrate e fino a qualaltro dalla stessa ammirazione per la perfezioneartistica della forma. Le due forze, etica eartistica, qui confluiscono veramente in una.

In questa ristampa, editore e autore sono staticoncordi nell'intitolare il volume: Novelle napolitane:titolo al quale io mossi sulle primequalche obiezione, parendomi che in certo modorestringesse il significato umano di queste novelle,e ne sminuisse altresì il valore artistico,perchè suggeriva l'idea che fossero «quadri dicostumi» e appartenessero a quelle opere, determinateda ragioni non puramente estetiche,che sono dirette a far conoscere ai curiosi lecondizioni di un popolo o di una classe sociale.Ma, poi, il titolo non mi parve del tuttoimproprio, considerando quanta parte della vita[xi]di Napoli, — di quelle sue stradicciuole «doveogni casa nasconde e cova un dolore», — troviil suo documento nell'arte del Di Giacomo: — edi una Napoli che ora per molti rispetti si ègià dileguata, la Napoli che ricordo di avervisto anch'io nella mia adolescenza, la Napolidi trent'anni fa.

Giugno 1914.

Benedetto Croce.

1.  Ne restano fuori quelle fantastiche di Pipa e boccale e lealtre Nella vita edite nel 1903, per non parlare dei bozzetticontenuti nelle due serie di Napoli, figure e paesi.


[1]

Giugno mite, dolcissimo, avea sorriso alle cosecon l'ultima sua tepida giornata. Il piccolo vecchiosedeva in una pur vecchia poltrona ancorapienotta, nell'angolo della finestra. Le mani carezzavanoi pomi dei bracciuoli; leggermente chinala testa sul petto, gli occhi socchiusi, egli eravinto da un languore, nella rosea poesia deltramonto.

Si spandeva per la silenziosa stanzuccia quellume vago, dorato, che dà alla pelle un colored'incarnato, come lo dà una candela alla manoche ripara la fiammella. Entrava da per tutto,bagnando mollemente i mobili d'antica sagoma,i ritratti ingialliti dei quali veniva fuori nettamentela cornice dal parato, tutto sparso di mazzolinidi fiori che invecchiavano anch'essi sopraun fondo d'azzurro.

Tutto là dentro era antico, di quel barocco,non molto esagerato, al quale s'afferra ancorala vecchiezza dei tempi nostri che sorride alleabitudini de' tempi suoi e del caro ambiente si[2]circonda ad evocarne, triste, i ricordi. Quellavecchiezza che tiene a coprirsi il capo d'una papalinadi velluto marrone, ricamata d'oro e foderatadi seta; dalla voluminosa cravatta neradi cui cinge tre volte il collo e che annoda poisotto il mento; dalle camicie di tela fine chesentono di buon odore di spiganardo e che l'amidogonfia sul petto; dai polsini attaccati allacamicia, co' margini rotondi, chiusi da un semplicebottoncino di pastiglia liscia, attaccato colfilo. Una vecchiezza che si compiace di lunghisoprabiti verde bottiglia, dal bavero alto, di calzonidi panno molle che non fanno pieghe astar impiedi e appena sfiorano l'orlo della scarpaa nastrini, lasciando apparire la calza ruvidae bianca. Una vecchiezza che ama il tabaccoda naso, ma che all'occasione sa diveniregioventù e corteggiare belle signore, e darsi labaia a tempo, prima che altri glie la dia, e canzonarsimentre si china a baciare una mano grassottellao s'impettisce offrendo il braccio saldo afar passeggiare, per la casa, le conoscenze femminili.Per celia egli disse una volta che volevamorir canticchiando, innanzi alla spinetta, co'lumi accesi nella sala, mentre un ballettino sipreparava e suonavano risatine di perle tra unfruscio di strascichi serici.

Ahimè, povere illusioni! Ora, da tempo, nelsuo cuore che inaridiva morivano, come alleorecchie moriva ogni suono, tutte quelle giocondespensieratezze. Una grave sordità lo avevacolto, improvvisamente. Era stato dapprima un[3]ronzìo, come allo svegliarsi da un sonno faticoso,poi fu un silenzio eterno. Non udì più nemmancolo sbattere fragoroso delle porte che si tiravadietro la serva Clementina. Ai primi giorni, quandocostei, stupefatta, dovette fargli capire conatti della mano quanto volesse dirgli, lui ne prese,per la gran pena, un febbrone, e rimase cinquegiorni a letto. Clementina si sfogava in cucina,singhiozzando, come se qualcuno le fossemorto, innanzi al pollaio, ove molti pulcini schiamazzavano.

A poco a poco il piccolo vecchio si rassegnò.

Ma ne' gravi silenzii, in cui si sentiva perduto,una invincibile sonnolenza lo appesantiva. Gliveniva voglia di morire addormentandosi. Da treanni, così, non avea più nulla scritto. Tutta lasanta giornata la passava solo solo, nella poltronafavorita, seguendo liberi voli di rondini chemigravano pei tetti, fantasticando, leggiucchiandoil Poliorama pittoresco, del quale conservavatutta la collezione.

Con lui, che ne' modi e negli abiti mai si eramutato, la cameretta armonizzava. Abitudini dimezzo secolo vi aveano lasciata la loro orma, unprofumo di vecchiezza nella mobilia dorata, dellaquale, come i gomiti al soprabito del padrone,lucevano gli angoli logorati, una voluta aggiustatezzasulle mensole di marmo bianco, nei cantucciin penombra, pieni di mistero. Un sorrisomalinconico aleggiava tra le pareti, come un rimpianto;dormiva da tempo la stanzuccia. Unospecchio ovale, dalla bianca cornice filettata d'oro,[4]si copriva di polvere sul vetro, riflettendoconfusamente, come in una nebbia, le cose dellamensola su cui poggiava: due vasi da fiori artificiali,un grande orologio di bronzo dorato delquale, da cinque anni, le lancette segnavano iltocco, un vassoio di porcellana con le sue tazze amedaglioni pompeiani, e una piccola Venere nuda,di bronzo. L'Amorino, che la bella dea si recavatra le braccia, le metteva le manine sugliocchi.

Dalla parete di faccia un Rossini, a pastello,con la dedica, vigilava nella camera, la puntadelle dita nello sparato del soprabito, l'occhiopiccolo e vivo, pien di malizia.

Da per tutto, qua e là, messe in ordine accostoa' mobili, sedie dalla impagliatura ingiallita,dalla spalliera piatta e larga, verniciata di bianco,istoriata nel mezzo da figurine di cavalieriin parrucca e codino, i quali, premendo al pettoil cappello a lucerna, s'inchinavano a daminerubiconde, che sorridevano, spiegazzato il ventagliodi piume. Presso all'uscio maggiore, del qualeuna cortina nascondeva il vano, sopra una diquelle seggiole riposava un cappello di feltro,alto, dalle tese rigide. Un bastone dal pomo d'avorios'appoggiava alla seggiola.

Pareva che il padrone, a momenti, dovesseuscire di casa. Due pantofole ricamate si nascondevanoin un angolo.

In fondo, nella luce dolce ed eguale, la sagomascura della spinetta richiamava l'occhio, con lasua immobile tranquillità. Teneri riflessi scendevano[5]pel legno pulito, spegnendosi sul tappeto,macchiando di bianche lucentezze quel mobile.

Dalla sua poltrona il piccolo vecchio facevacorrer lo sguardo compiaciuto sul leggìo, sullecarte da musica ammucchiatevi accanto. L'occhiocarezzava la pallida fila della tastiera, lemani desiderose fremevano sui bracciuoli dellapoltrona.

Finalmente la spinetta trionfò. Il piccolo vecchiosi levava pian pianino; fece due passi nellacamera, si fermò, respirò rumorosamente, comea togliersi un gran peso di su lo stomaco. Sifregava leggermente le mani, preparandosi, tuttocompreso della sua piccola commozione. Daun vassoietto tolse una bottiglia di rosolio dicannella, empì un bicchierino smerigliato, centellinò,facendo schioccar la lingua, tossendo, battendosiin petto piccoli colpettini. Infine affrontòcoraggiosamente la spinetta; le si sedette innanzi,passò un gran moccichino di filo scurosulla tastiera, che di sotto si mise a strepitare,discordemente. Le mani del vecchio tremavanocosì forte ch'egli dovette sostare un pezzetto, perquietarsi. Poi corsero subitamente per una scalasemitonata. La spinetta si svegliò in un chiassodi note saltellanti. Dio, che foga! addio vecchiezza!Il cuore faceva: tic-tac, tic-tac, sul ritmodella musica, il sangue correva ai pomelli delleguance, brillavano gli occhi, le labbra mormoravano.Egli s'abbandonava indietro sulla seggiolaa tamburello con le braccia stese, le palpebresocchiuse. Una furia d'allegri, d'andantini, di[6]ariette, di fughe vorticose, gli turbinava dentronell'anima.

Provò a rappaciarsi. Dolcemente, sfiorando appenacon le dita la tastiera, egli mormorò, dondolandoil capo:

Cara, non dubitar....

Cimarosa.... Ah! Cimarosa! Perchè lo ricordavasempre, sempre?... Il piede batteva il temposul tappetino, la voce continuava come unsoffio:

Pria che spunti in ciel l'aurora

Cheti cheti, a lento passo,

Scenderemo fino abbasso

Che nessun ci sentirà....

Il vecchietto si lasciava trascinare:

Fuggiremo pian pianino,

Per la porta del giardino....

E la melodia empiva la cameretta. Vi rimettevail tempo d'una volta, il

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