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Fedele ed altri racconti

Fedele ed altri racconti
Title: Fedele ed altri racconti
Release Date: 2018-05-03
Type book: Text
Copyright Status: Public domain in the USA.
Date added: 27 March 2019
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FEDELE.


ANTONIO FOGAZZARO

FEDELE

ED ALTRI RACCONTI

X EDIZIONE

MILANO
CASA EDITRICE GALLI
DI G. GALLI & LELIO OMODEI-ZORINI
SUCCESSI A
CHIESA — OMODEI — GUINDANI

Galleria Vittorio Emanuele, 17-80

1897


PROPRIETÀ LETTERARIA

Milano, Tip. degli Esercenti, Via Vincenzo Monti, 31.


[9]

NOTA DELL'AUTOREALLA PRIMA EDIZIONE.

Animato dal cortese signor Chiesa a raccoglierein un volume sette mie novelle, pensaidi frapporvi alcune poesie a modo d'intermezzi,com'è uso trattenere gli spettatori,fra un atto di commedia e l'altro, con qualchebreve pezzo di musica.

I miei intermezzi sono appunto versionidalla musica. E qui debbo pure chiarirne,in due parole, il concetto.

La musica migliore genera in molti eanche in me ombre vane, per così dire, disentimenti; gioia e dolore senza causa, desiderio,sgomento, pietà senza oggetto, baldanzesuperbe che cadono con l'ultima nota,[10]violenti impolsi ad impossibili azioni. Suggeriscepure confuse immagini alla fantasia;arriva a significare torbidamente un discorso,un dialogo, un dramma, incomprensibili perchèla lingua n'è ignota e lontana da ognialtra, ma improntati, nel suono, di passioneumana, e svolti, persino, giusta un ordinedi premesse e di conseguenze, che somigliaindubbiamente ai raziocini migliori di questomondo. Allora lo spirito nostro si avventaal mistero, vi batte follemente e vifiacca le ali sulla porta impenetrabile, cadevinto. Io per parte mia ho talvolta cercatodi consolarmene immaginando e scrivendociò che la lingua ignota potrebbe forse significare,ciò che vi potrebb'essere al di làdella porta impenetrabile, le cause arcanedi quei sentimenti la cui sola ombra mi commovevatanto. Così mi vennero composti cinqueintermezzi su temi di Boccherini, Martini,Clementi, Chopin e Beethoven.

[11]

Fermo di mantenere debitamente distintele due arti, sperai che questi temi diventasseronelle mie versioni pura, indipendentepoesia, e forse ottenni soltanto che cessasserodi essere buona musica. Certo non mi accinsia tradurli prima di averli intensamentemeditati, e nessuna persona ragionevole sapràdimostrarmi aver io peccato d'infedeltà.

Ho posto dopo le novelle un breve scrittoescito l'anno scorso sopra un giornale diRoma in forma di lettera al direttore delgiornale e col titolo «Liquidazione». Prestosi vide, con mio rossore e con sorpresa dialcuni onesti lettori, che quel titolo era statopoco sincero e il mio ritiro dalla letteraturauna vana illusione. Ne fui meritamentecensurato, e ristampo qui lo scritto colpevole,per ammenda.

A. Fogazzaro.

[15]

FEDELE.

— Soffio, signor Fogazzaro — disse,quella sera indimenticabile del 1.º agosto1884, il generale Trézel, pigliandomiuna delle mie povere pedine. — Stiaattento!

— Alle dame — gli rispose per mela signorina Prina toccandomi il bracciocon la penna. — Avanti! Detti! Mi, cote vedo, sento Un certo non so che; e poi?

— Scusi, generale — diss'io dopoaver mossa una pedina a caso. — Edigo che nol sento, E digo che nol gh'è.

[16]

— Fa piacere, Filippo! — disse lasignorina a suo fratello che cercava inutilmentesul piano il motivo dell'Aria diChiesa di Stradella.

Continuai a dettare la vecchia canzonettache piaceva tanto alla società milanese,molto intelligente, molto distinta,dell'Hôtel Brocco.

Mi me se inchiava i denti

Quando te voi parlar;

E digo: i xe acidenti...

Qui mi mancò la memoria. La signorinaPrina, le altre amabili signore e unpaio di giovinotti molto disposti a usaredella graziosa strofetta per i loro finiparticolari, se ne desolavano. Il versonon venne e io potei solo ripetere alladamigella con il più sentimentale accentoche seppi:

[17]

Mi me se inchiava i denti

Quando te voi parlar.

I xe acidenti — osservò sorridendodonna Luisa Trézel con la sua solitafinezza benevola e ironica insieme. — Chisa — soggiunse sotto voce — che ilsignor Fogazzaro possa avere il versettodalla sua fedele.

Tutti risero e io mi seccai. Mi rimisia giuocare con attenzione; poi, siccomeFilippo non veniva a capo di nulla, mialzai, gli accennai con la mano destrale prime battute dell'Aria di Chiesa.

— Mangio, signor Fogazzaro — disseil generale che non aveva mai tolto gliocchi dallo scacchiere se non per guardaredi traverso, qualche volta, pianofortee suonatore. La sua signora mi domandòse fossi in collera con lei. Nonero in collera, ma mi seccavano le allusioni[18]a quella persona che donna Luisachiamava la Sua fedele. Era una giovanesignora arrivata da tre giorni a S. Bernardino,sola. Nessuno la conosceva.Salutava molto gentilmente ma non parlavamai con nessuno. La gente dell'albergoasseriva ch'era veneziana. Sulcartoncino che là usano allacciare intornoalle salviette, perchè i forestierivi scrivano il proprio nome, ell'avevascritto con una calligrafia punto inglese,punto elegante:

Signora Fedele.

Era bionda: non alta ma snella; bellinaassai ma più delicata e graziosache bella. Lo confesso, non saprei direcon certezza il colore de' suoi occhi;avevano forse il colore mutabile delmare presso il quale era nata. Portava[19]sempre lo stesso costume grigio, la stessatoque di pelliccia nera, gli stessi guantineri. Usciva tardi per qualche passeggiatasolitaria; alla fonte non si vedevamai. La sera scendeva al caffè verso lenove. Se si faceva musica, restava lungamentenel suo angolo scuro, lontanodal pianoforte; altrimenti prendeva ilcaffè e spariva.

Si facevano commenti infiniti sullasua origine, sul suo contegno misterioso,sul nome Fedele che serviva persino algenerale Trézel per illudersi di averespirito. Mi accadde una volta, nel solitocrocchio della loggia, prender le suedifese contro le signore, che mi parevanotroppo maligne. Ella passò in quel momentoimprovvisamente, salendo dallavia. Era molto accesa in viso, ma nonguardò alla nostra volta. Mi guardò invecequel giorno stesso, passandomi vicino[20]nella sala da pranzo, con unosguardo che a' miei amici parve di gratitudine.Ne avrei proprio fatto a meno,perchè poi non mi tribolassero tanto.

— Che miracolo, stasera, esser venutagiù così presto? — disse piano Filippoche le aveva probabilmente dedicato isuoi pasticci musicali.

Infatti la signora Fedele era già nelsuo angolo e suonavano in quel puntole otto.

— Aspetterà il concerto — disse lasignora Prina.

Ci avevano annunciato per quella serail concerto d'un cieco suonatore di pianoforte.

Un signore che stava in piedi pressoa me, guardando giuocare al biliardo,ci disse che il concertista si era fattoscusare per una indisposizione del suocompagno.

[21]

A questo punto qualcuno disse sull'entratadel caffè:

— Nevica.

Le signore si alzarono esclamando, igiuocatori di biliardo gittarono le stecche,i giuocatori di tarocco le carte.Perfino il generale Trézel accordò unatregua alle mie pedine. Tutti si precipitaronoin sala e di là in loggia. Nonaccade così facilmente di veder nevicarein agosto.

A me, antico frequentatore di quelleAlpi, ciò era successo più volte. Mi alzaitranquillamente e mi accostai a una finestra.

Era uno spettacolo fantastico, unamagnifica festa notturna che il ventodel Nord e la neve offrivano alla luna.Ella sorgeva sopra mille punte d'abeti,fra due montagne enormi, nel sereno.Ora la vedevo lucida, ora un turbinare[22]di fumo argenteo la nascondeva nellasua stessa luce. Perchè non si potevapropriamente dire che nevicasse. Eraneve delle cime, cacciata dalla tormenta.Fra un turbine e l'altro si vedevanotutte le creste bianche fumar su nelcielo azzurro.

— La scusi, signor Fogazzaro — midisse in veneziano una voce tremante. — Nonc'è il concerto, stasera?

Mi voltai, sorpreso.

— Scusi la libertà — riprese la signoraFedele. — So che siamo quasiconcittadini.

Ma non mi ero tanto sorpreso del suoimprovviso interrogarmi come della commozionestrana, profonda, che sentivonella sua voce, in una domanda cosìvolgare. E poi il caro dialetto usato cosìdi primo acchito, e quel chiamarmi pernome, mi avevano avvicinato con violenza[23]alla misteriosa signora; con unaviolenza certo voluta da lei chi sa perqual fine.

— S'immagini! — le risposi. — Noncredo che ci sia concerto. Ho udito cheil compagno del cieco è malato e chequesti s'è fatto scusare.

— E andrà via, forse? Non suoneràpiù?

I begli occhi mi parvero a un trattopiù grandi, la voce più tremante.

— Non lo so davvero — risposi. — Credettipoi di dover soggiungere percortesia:

— Lei ama molto la musica?

Ella non rispondeva, guardava fuorinella tempesta, nel baglior di luna e dineve. Scorso qualche momento, mi domandòancora:

Il compagno, ha detto?

— Un signore, poco fa, diceva il[24]compagno; ma ora, pensandoci, credoche s'inganni. Credo che sia una compagna,una signorina.

Ella appoggiò la fronte alle invetriate,come per veder meglio; in fatto, pernon esser veduta in viso da me; e ricominciòa parlar con voce più sommessadi prima, più rotta dall'emozione.

— Sono qui senz'amici — diss'ella — senzanessuno, e posso aver tanto bisognodi un'anima buona. Penserà maledi me, Lei, adesso? No, sa, non pensimale. So che Lei non mi giudica comegli altri. E poi m'hanno detto che hafamiglia. È per questo!

Parlava, così accorata!

— Si calmi, signora — risposi. — Seposso qualche cosa...

La gente tornava allora correndo,schiamazzando, allegra e intirizzita, dallospettacolo della neve, e il generale mi[25]cercava con gli occhi per finire la partita.Ci dividemmo rapidamente. Subitodopo, il padrone dell'albergo venne afare pubblicamente le scuse del concertista,signor Zuane, impedito dalla indisposizionedi sua figlia, che doveva accompagnarloanche al piano. Lo stessosignor Brocco ci informò poi delle tristicondizioni di questo poveruomo, che,senza il concerto, non saprebbe comepagare lo scotto dell'infimo albergo dovealloggiava. Le signore, impietosite, mipregarono d'andarlo a pigliare. Un valenteallievo del conservatorio di Milanos'offerse di suonare con lui.

Partimmo subito, il giovinotto ed io,pieni di zelo. Il cieco signor Zuane ciaccolse con gratitudine dignitosa, congrave cortesia da re in esilio, parlandoun italiano floscio che affondava ognimomento nelle mollezze del mio dialetto[26]natio. Era insieme comico e triste di udirlodiscorrere così solennemente, accompagnandoalle parole il gesto ampio e interrompendositutto perplesso quando incontravacon la mano il cappello nevicatoche il mio compagno gli aveva storditamenteposto davanti sul tavolino. Udivamola signorina Zuane tossire nellacamera vicina, aperta, da cui entravauna luce affatto superflua al signor Zuane,affatto insufficiente a noi. La signorinaci pregò, nello stesso morbido linguaggiopaterno, di venire a prenderci illume. La sua voce mi colpì; quando poividi lei a letto, credetti proprio vederei capelli biondi, il delicato viso dellasignora Fedele.

— Le raccomando tanto papà, signore — midisse. — Sento che sono così buoni!

Poi alzò il capo dal guanciale e miaccennò di accostarmi a lei.

[27]

— La scusi, per carità — mi sussurròansiosa. — Conosce Lei qui una signorinaveneziana, bionda, che mi somiglia?

— Sì, la signora Fedele.

— Per carità, non la lasci parlare apapà, La supplico a ogni costo! Glielodica magari a nome mio. A nome dellaLisetta, dica. Adesso no, adesso no percarità!

Non si spiegò più di così. Partendomenecon il signor Zuane, cercavo invano,fra me e me, di penetrare il misterodi dolore che avevo sentito primanelle parole della Fedele, poi in quelledella signorina Lisetta; e mi pesava assaid'essermivi lasciato immischiare.

Non vidi bene lo Zuane in viso cheall'Hôtel Brocco, davanti alle candeledel piano, quand'egli aspettava, in piedi,che aprissero lo strumento, che ne portassero[28]via le montagne di musica e siaccomodassero gli sgabelli. Altissimodella persona, si teneva immobile ederetto come una statua d'imperatore antico,levando sopra noi tutti la facciapiù marmorea e tragica ch'io abbia incontratomai. Era una faccia color dicera, senza un pelo, dal naso scultorio,dall'austera fronte imperiosa, piena d'animasopra gli occhi sinistramente chiusi,piena quasi di un arcano sguardo che visi spandesse sotto, cercando uscita.

Non c'era moltissima gente, perchè lasocietà dell'Hôtel Ravizza non avevaosato affrontare il vento e la neve. Lasignora Fedele era là, nel suo cantucciofavorito. Guardava il cieco, ma non accennavadi volerlo accostare.

Nei brevi momenti della mia visitaallo Zuane e del tragitto all'albergo, loavevo udito parlar dell'arte sua con la[29]devozione sincera, profonda di un fanatico.Egli era, tuttavia, assai mediocreartista. Aveva più forza ed esattezza cheespressione, e mostrava poi, nella sceltadei pezzi, un gusto molto dubbio. Ilpubblico, tocco dalla sua sventura, applaudìil primo ed il secondo pezzo, applaudìpiù ancora il terzo, una fantasiaa quattro mani in cui l'allievo del Conservatoriosi fece troppo onore con scarsacarità del povero cieco.

Ma il programma era soverchiamentelungo. Parecchi uscirono a guardare iltempo, a giuocare nel gabinetto attiguoal caffè. I pochi rimasti chiacchieravano.Durante il quinto o sesto pezzo, non ricordobene, la signora Fedele si alzò evenne dov'ero io, presso al piano, nelvano della finestra. Guardava, molto pallida,quelli che uscivano, guardava quelliche conversavano, con occhiate, non dirò[30]di sdegno ma di tristezza amara. Io tremavache, finito il pezzo, ella volesseappiccar discorso con lo Zuane. Avevoancora negli orecchi gli scongiuri dellasignorina malata, quel suo affannoso «Lasupplico!» Mi chinai e le dissi:

— La signorina Lisetta La scongiuradi non parlargli, adesso.

Ella trasalì, m'interrogò con uno sguardoattonito e diffidente.

— Non so niente — risposi. — Leiha detto così. Non so altro.

— Non parlerò — diss'ella sottovoce,rapidamente. — Ma Ella ha promesso ilsuo appoggio a me, sa, prima che allaLisetta!

In quel momento lo Zuane pose fineal suo faticoso pezzo. Egli pregò alcunodei signori presenti a volersi compiaceredi raccogliere le offerte. Io stava perfarmi avanti, quando

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