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Guida pei monti della Brianza e per le terre circonvicine

Guida pei monti della Brianza e per le terre circonvicine
Title: Guida pei monti della Brianza e per le terre circonvicine
Release Date: 2018-07-21
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GUIDA
PEI MONTI DELLA BRIANZA


GUIDA
PEI MONTI DELLA BRIANZA
E
PER LE TERRE CIRCONVICINE.

CON CARTA TOPOGRAFICA

MILANO
PRESSO SANTO BRAVETTA
contrada S. Margherita all'Angolo de' Due Muri N.º 1042

1837.


La presente edizione è sotto la salvaguardia della Notificazionegovernativa 21 Luglio 1818.


ALLA
TERRA GENTILE
CHE DIEDE LA CULLA
A
MARCO D'OGGIONO RIPAMONTI E PARINI
IL GENIO
A
CAGNOLA E APPIANI
LA SCENA
DEL NOSTRO PIÙ CELEBRE ROMANZO
AD
ALESSANDRO MANZONI
LA TOMBA
A
ROMAGNOSI.

[5]

AI LETTORI.

Quando io stava raccogliendo i materiali delleVicende della Brianza, che ora comparverointeramente in luce, nulla risparmiai perchèpotessi avere quella maggiore esattezza, chefosse possibile in un lavoro per anco intentato,dove mi trovava senza guida veruna,come uom nuovo d'un paese, che si abbattaad andarvi in un giorno in cui una levata dineve abbia sepolto campagne, praterie, giardinie la strada ch'egli è obbligato a segnareper la prima volta. Lui fortunato se puògiungere felicemente alla sua meta! Tal eradi me, fra un pelago di notizie, le quali ingombravanotutto il campo che io avea stabilitodi percorrere, e fra cui io doveva, il[6]primo, aprire una callaja, un viottolo, quandonon potessi schiudermi a dirittura una strada.Mi providi dunque di tutti quei soccorsi che giovasseroa reggermi nella via pericolosa, ricorsial consiglio di chi poteva essermi maestro, ebbiil favore di valevoli persone, e mi posi a tentarel'impresa. Ora poichè l'opera, comunquesia stata, è condotta al suo termine, fui daalcuni discreti ed amanti del meglio avvertitodi alquante inesattezze, avvertimenti di cui fecitesoro, e credendoli utilissimi alla perfezionedel mio lavoro, ed alla più esatta cognizionedelle glorie avite della nostra patria.

Alcune mende io posi dunque nei brevissimicenni che ti presento o Lettore nella Guida,di cui ardisco far un presente ai miei compatriotti,ed a quei cortesi, che tratti dalla vaghezzadel nostro suolo, volessero conoscere dovesia il più degno da vedere, dove le glorie antiche,dove le bellezze moderne, dove possadi più la veduta, dove il terreno sia meglioatto alla coltura, dove non risponda ancoraalla vigilanza del cultore, senza omettere lequalità delle terre e le altre notizie che ponnoappartenere al geologo ed all'antiquario.

Lo stesso farò coi paesi che circondano lanostra Brianza, riserbandomi per quanto risguardala Valsassina, ad un'esatta relazione[7]somministratami dal mio pregiato amico signorIngegnere Giuseppe Arrigoni d'Introbbio,che assai meglio di me può conoscere aparte a parte la sua valle paterna, alla qualeha consacrato già alcuni studj, nojosi se nonfossero sempre abbellite di tenere idee le fatichesostenute per la terra natia.

Accogli dunque Lettore questo povero dono,e se scorgi qualche pregio in esso, riportane ilmerito alla bellezza del paese che lo ha inspirato;se lo trovi poi assai minore dell'aspettazione edell'argomento danne pur colpa alla mia pocaattitudine, non già a mancanza di buon volere,di fatiche, di studj, di spese se vuoi,di viaggi.

Intanto io auguro a chi s'appresta a visitarequesta deliziosa terra, salute e venturae mi stimerò fortunato quando appena appenapotessi ottenere che egli leggendo questovolume, si ricordasse qualche volta di chi glielodonava nella speranza che non sarebbe affattodisaggradito.

IGNAZIO CANTÙ.

Milano 20 luglio 1837.

[9]

BREVI NOTIZIE STORICHEDELLA BRIANZA.

Non parmi sconveniente riportare alcunibrevi cenni storici dei paesi fra cui stiamoper fare una piacevole gita, cominciandodalle memorie più antiche, e discendendo finoai nostri giorni, col compendiare quel chesi dice con maggiore abbondanza ed ampiezzanelle Vicende della Brianza e dei paesi circonvicini.

La Brianza, il Piano d'Erba, il distrettodi Cantù, il territorio di Lecco, le Valli Assînae Sâssina furono abitate a immemorabiledagli Orobj, i quali, secondo la tradizione,fondarono la città di Barra sull'altura, checonservò poi sempre il nome di Monte Baro, invicinanza di Lecco. Questi cedettero agli Umbri,nazione celtica, i quali vennero del parisgombrati dagli Etruschi, che tagliando le[10]selve, incanalando le acque, promovendol'agricoltura tolsero ai nostri paesi l'aspettoselvaggio fino allora conservato.

Circa quattro secoli avanti Cristo, i Galliguidati da Bolleveso, superarono gli Etruschi;si fermarono nelle nostre terre, scompartitiprobabilmente in due regioni, a capo dellequali erano Brenna, nel distretto di Cantù, eBrenno in quello di Erba. Ma tutti questi popolioltremontani dovettero piegarsi alle armidi Roma, che ridussero la Brianza a provinciaromana e vi fondarono, secondo l'opinioned'alcuni, Liciniforo rispondente all'odiernoVillincino. Da servi diventammo anchenoi cittadini romani, dopo che aiutammoGiulio Cesare reduce dalle Gallie a portarle armi contro la sua città. Incredibile ambizione!

Sorto il cristianesimo rifulse tosto anchefra noi la luce della verità. Beverate, frazionedi Brivio, diede in San Sempliciano il successoredi Sant'Ambrogio nella sede metropolitana;Cassago fu il luogo ove Sant'Agostinostette preparandosi al battesimo. Alcune chiesenostre ricordano quei primi tempi e principalmentei battisteri di Galliano, di Mariano,di Barzanò, che durano tuttora, e quel d'Oggionoche fu ridotto ad uso di sagrestia.

[11]

Nelle invasioni settentrionali, Unni, Gotisi contesero le nostre terre; i primi furonodai secondi respinti, ma poi anche questi vennerocacciati dai Greci per istanza del nostroSan Dazio d'Agliate, vescovo milanese.Finalmente i Longobardi ci sottomisero, inalzandofra noi molti monumenti della lorodominazione i quali si additano ancora senzaperò che si abbiano validi argomenti percomprovare la verità di questa credenza.

Tali sarebbero la chiesa di San Pietro sulmonte di Civate, il San Michele sul Montebaro,il prosciugamento delle paludi di Rovagnate,le torri di Carate e Perledo e il monasterodi Cremella. A questi aggiungi, ilpiù magnifico di tutti, la cattedrale di Monza.

Divenimmo poi francesi con Carlo Magno,italiani ancora con Berengario, finalmente tedeschicon Ottone I. di Germania. Questiperiodi sono per la nostra storia affatto tenebrosi.

Ed eccoti ai tempi feudali, in cui la Brianzacostituì la più gran parte del contado ruraledella Martesana, di cui era capo Vimercate.

Altri contadi erano pure Lecco e il suoterritorio, Limonta e Civenna, a capo delquale rimasero gli abati di Sant'Ambrogio[12]fino al 1796. Abbiamo statuti di questi duecontadi, di quello della Martesana nessuno.

Altre autorità minori, col titolo di capitanati,furono erette da Landolfo arcivescovomilanese, uno a Carcano, l'altro a Pirovanoe Missaglia, ed il terzo ad Incino di cui investìtre suoi fratelli. Capitanati erano Lomagna,Trezzo, Besana, Agliate, Mandello,Carimate, Mariano ed Asso.

Quando i Milanesi, sottomessi i nobili, sidichiararono in repubblica, i nostri avi, togliendonel'esempio, si affrancarono dai loroconti rurali, abbandonandosi alle violenze repubblicane,e scannandosi fratelli con fratelli.Miserabili ricordanze! Ma ben presto fummodi nuovo sudditi dei feudatarj milanesi, checontinuarono ad opprimerci, fin quando furonoessi alla loro volta domati da FederigoBarbarossa.

Durante le guerre tra i Milanesi e gli Alemanni,ai tempi di Federigo, noi fummo divisidi parte e di consiglio. Alcuni sull'esempiod'Algiso, abate di Civate, spalleggiaronoil Barbarossa; altri, sostenendo i padroni deinostri campi, combatterono pei Milanesi. Federigo,prevalendosi dell'ajuto dei primi, volleabbattere i secondi, e i Milanesi fecero lostesso alla loro volta. Finalmente la battaglia[13]di Tassera o di Carcano o d'Orsenigo, comela chiamano, (9 agosto 1160) pose terminealle contese fra noi segnalando il totaletrionfo dei Milanesi. Gli uomini d'Erba ed'Orsenigo, mentre il combattimento pendevaindeciso, recando un improvviso soccorsoai Milanesi diedero il tratto della bilanciain favore di questi, onde da quel momentoErba ed Orsenigo furono donate daiMilanesi del diritto di cittadinanza, ripetutopoi da Ottone Visconti, dagli Spagnuoli edai Tedeschi.

Ma la pace fu breve. I Milanesi ristoratele fumanti ruine della loro patria, si laceraronotosto con intestine discordie, che rimaserosopite dalla Pace di Lecco (1223), ma chefurono poi rinfrescate da Ardigotto Marcellino,che mise a nuovo rumore la città (1224).

Noi imitando l'esempio de' Milanesi ci dichiarammorepubblica, eleggendo a podestàgenerale della Martesana Enrico da Cernusco,e subalterno Pietro Cano da Agliate.Ma questa condizione di cose durò poco tempo,poichè ristabilita la fazione de' patrizinon solo i due nominati podestà furono obbligatia salvarsi colla fuga, ma i Brianzuolifinirono col perdere i rettori, i capitani eperfino i confalonieri, non rimanendo loroche i consoli comunali.

[14]

In quel tempo, i più ricchi possidenti dellanostra Brianza erano il monastero di Sant'Ambrogio,da cui dipendevano Limonta eCivenna; l'arciprete di Monza che godeva lagiurisdizione feudale sulle terre d'Oggiono,Sirone, Cassago, Monticello, Casirago, Massajola,Sorino, Maresso, Torrigia, Tresella,Castelmarte, le corti di Bulciago, Calpuno,e Velate, Monguzzo, Cremella ed Osnago emoltissime altre; il monastero di San Dionigiche possedeva alcune terre in Barzanò, Verzago,Cuciago, Merate, Pescate e Sabbioncello.

Intanto dalla Valsassina usciva una nuovapotenza, che doveva passare dalla pace d'unumile paesello, al fasto d'un dominio potente,contendere colle prime autorità italiane,dare più presto de' re, che de' capitani, i qualisarebbero poi scomparsi, parte trafitti, partecondannati alle durezze dell'esiglio e delleprigionie.

Pagano della Torre, nativo di Primaluna,fattosi benemerito de' Milanesi, dopo la battagliadi Cortenova (1237), fu da essi nominatoprotettore del popolo, contro l'arcivescovoLeone, detto volgarmente da Peregodal nome del suo paesello natale.

Pagano trionfò, ma a mezzo delle sue vittorie[15]cessò di vivere (6 giugno 1240) lasciandoil protettorato a Martino degnissimo suonipote, che proseguì le contese sanguinose coinobili finchè la tregua di Parabiago (4 aprile1257) sospese per qualche tempo lo scialacquodel sangue. Poco appresso l'arcivescovo Leone,infermatosi a Legnano, scese nella quietedella tomba, dopo la vita più tumultuosa ai16 ottobre 1257.

A lui succedeva, come arcivescovo, OttoneVisconti, più uomo di guerra che di chiesa,il quale pieno d'ira contro i popolari milanesisi fece caporione dei patrizj di Milano e delcontado, fra cui primeggiava Aliprando Confaloniericonte d'Agliate.

Le segrete antipatie si convertirono prestoin formali contese. Sul Prato Pagano,spianata poco discosta da Como, Torrianie Viscontei vennero a sanguinosa giornata(1258), funestissima alla parte de' Visconti ede' Confalonieri, che dovettero ricercar salvezzasul territorio bergamasco.

E là si cacciarono al vergognoso partito diinvocare l'ajuto d'Ezzellino, crudelissimo Signoredi Padova, coll'appoggio del quale passatal'Adda, si disposero a stringere di assedioMilano. Trovarono però un esito tristonon meno che le loro intenzioni! I nobili[16]furono annientati ed Ezzellino ferito, tra Vimercatee Monza, finì una vita scandalosa ecrudele in Soncino l'8 ottobre 1259.

Un bando pubblicato contro i patrizj superstitirese la loro posizione ancor più disastrosa,tanto che di nuovo dovettero ritirarsisulle terre bergamasche.

Poi, troppo confidenti nella loro unione,ardirono di nuovo valicare il fiume che separavale due repubbliche milanese e veneziana,e rinchiudersi nel castello di Tabiago, innumero di trecento. Ivi subito assediati daUberto Pallavicino, podestà dei popolari milanesi,furono ridotti alle più desolanti miserie,alle più indegne umiliazioni, finalmentemolti fatti prigionieri (1261).

Egual sorte toccavano gli altri che si eranogettati nel castello di Brivio, poi e questie quelli salvi finchè visse Martino Torriano,(1262) dopo la sua morte furono innumero di 54 miseramente appiccati nel Brolettonuovo di Milano. Ma la fortuna, finoallora favorevole alla potenza torriana, si innimicòa loro sui campi di Desio, 20 gennajo1277, quando Francesco ed Andreotto, figliuolidi Martino, rimasero trafitti, e i fratellidi costoro Napo, Lombardo ed Erecco perdetterola libertà e finirono la vita nelle miserie[17]delle prigioni, e gli altri due Cassone eGoffredo postisi in fuga mangiarono il duropane dell'esiglio.

Allora ristorata la potenza de' Visconti, vennerorichiamati dall'esiglio tutti i patrizj,e steso il catalogo delle famiglie nobili milanesifra cui sono moltissime delle nostre terre.

Finchè però non fossero estinti del tuttoi Torriani titubava la potenza d'OttoneVisconti. E dovette accorgersene quando l'esuleCassone (luglio 1278), rimesse insiemenuove soldatesche, sottomise i castelli diCassano, Vaprio, Trezzo, Brivio, poi tuttala Brianza e il Piano d'Erba. Non giunseappena l'inaspettata notizia ad Ottone, chemandato un grosso esercito, diede motivo aduna sanguinosa baruffa sul ponte di Brivio,terminata col trionfo de' Torriani. Allora CressoneCrivelli, postosi di mezzo ai contendenticoll'autorità che non viene mai meno inun uomo di senno, di cuore e di zelo, indussela pace, che fu segnata in Brivio, poiconfermata in Marignano (1279).

Ma chi rispettava la pace in quei tempicalamitosi? Nuove contese tra i Visconti e iTorriani stancarono l'animo dei Lecchesi,che animati dai caldi parteggiatori della libertà,si alzarono a gridare la loro indipendenza.[18]Intempestivo desiderio che rese piùinfausta la nostra posizione, poichè MatteoVisconti, subentrato all'arcivescovo, mandòZanasio Salimbeni ad assalire improvvisamenteil borgo di Lecco, che fu sottomessoe dato in preda alle fiamme (1296).

Tornati così alla condizione di servi deiMilanesi, festeggiammo Guido Torriano, quando,cacciato Matteo Visconti in esiglio, si dichiaròcapo della repubblica milanese; perlui combattemmo sotto le bandiere di Tignaccae Strazza Parravicino, potenti signoridel Piano d'Erba; per lui sostenemmo l'assediodi Monza finchè tutto cedette alla imperiosasuperiorità di Galeazzo Visconti. Equando contro costui fu bandita la crociata,noi Guelfi, ci unimmo alle armi pontificie,avemmo la peggio sulle rive dell'Adda, mafinalmente, cambiata la fortuna, cacciammoi Visconti da Cassano, Trezzo, Vaprio, Brivioed anche Monza, (18 giugno 1324), oveperò rientrarono ai 10 novembre dell'anno medesimo.

Durante queste tumultuose vicende i Grassidi Cantù ardirono dichiararsi liberi, e rinforzatoil loro borgo con torri e con mura,proclamarono l'indipendenza. Ma, veduto illoro pericolo, si riposero in divozione de' Visconti,[19]appena questi cessarono d'aver a frontela crociata.

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