» » Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni

Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni
Category:
Title: Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni
Release Date: 2018-07-21
Type book: Text
Copyright Status: Public domain in the USA.
Date added: 27 March 2019
Count views: 70
Read book
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 ... 93

[i]

LE TRAGEDIE, GL’INNI SACRI E LE ODI
DI
ALESSANDRO MANZONI

[ii]


[iii]

Alessandro Manzoni a diciassette anni.

Da un disegno del pittore Bordigacustodito nella Sala Manzoniana della Biblioteca Braidense.


[iv]

LE TRAGEDIE
GL’INNI SACRI E LE ODI
DI
ALESSANDRO MANZONI

NELLA FORMA DEFINITIVA E NEGLI ABBOZZI,
CON LE VARIANTI DELLE DIVERSE EDIZIONI
E CON GLI SCRITTI ILLUSTRATIVI DELL’AUTORE,

A CURA DI
MICHELE SCHERILLO

PRECEDE UNO STUDIO
SUL DECENNIO DELL’OPEROSITÀ POETICA DEL MANZONI

IN LABORE VIRTUS ET VITA

ULRICO HOEPLI
EDITORE LIBRAIO DELLA REAL CASA
MILANO
1907

[v]

Proprietà Letteraria

Milano, Tipografia Umberto Allegretti, via Orti, 2.

[vi]


[vii]

Alla gloriosa memoria
di
RUGGIERO BONGHI
con reverenza d’italiano
con affetto di concittadino
dedica
questa prima edizione critica
delle Poesie del sommo Lombardo
Michele Scherillo

[viii]


[ix]

IL DECENNIO DELL’OPEROSITÀ POETICA
DI
ALESSANDRO MANZONI

[x]

I.

[xi]

Giova fissare alcune date. Il Carme in morte dell’Imbonati,la prima delle sue opere che il Manzoni reputasse degna dellastampa, fu pubblicato a Parigi nel 1806. L’Urania, a Milanonel 1809. Poi, dopo un intervallo di sei anni, a Milano nel1815, i primi quattro Inni sacri: la Resurrezione, compostail 1812, il Nome di Maria e il Natale, del 1813, la Passione,del 1815. Dopo altri cinque anni, la prima tragedia: Il Contedi Carmagnola, Milano 1820; e nel 1822, la seconda, l’Adelchi.Nello stesso anno, il quinto ed ultimo inno sacro, la Pentecoste.Intanto era venuto componendo: il proclama di Rimini,aprile 1815; lo scherzo L’ira d’Apollo; l’ode Marzo 1821,e il Cinque maggio. Dagli ultimi mesi del 1821 agli ultimidel 1827, il Manzoni fu tutto preso dalla composizione, correzionee stampa del Romanzo. Versi, dopo la Pentecoste, o nonne scrisse più o ne scrisse di tali (l’Epigramma sotto il ritrattodel Monti e le Strofe per una prima comunione) chemutano in certezza il sospetto, che la bella e limpida venasi fosse presto essiccata.[1]

L’Imbonati e l’Urania sono, per così dire, i documentiufficiali di quello che io ebbi a chiamare «il noviziato poetico»[xii]del Manzoni[2]: rappresentano autorevolmente il periodo dell’incertezzae delle titubanze, dei passi ricalcati sulle ormealtrui, dell’imitazione tra pariniana e alfieriana, soprattuttomontiana. L’Urania non era ancora pubblicata (solo il 5 ottobreil Manzoni avvertiva d’aver ricevuto da Milano i primiesemplari della stampa), e già il poeta se ne mostrava scontento.All’amico Fauriel, che aveva voluto prender copia diquel poemetto (a lui forse anche più caro, dacchè Urania,tra i frequentatori della Maisonnette, era chiamata la dea delluogo, la bella Sofia vedova del Condorcet), egli scriveva daParigi il 6 settembre 1809:

«Vous avez donc voulu copier cette petite rapsodie? Vous! Sij’avais à présent l’envie et l’indiscrétion de vous occuper de ces balivernes,je dirais que je suis très mécontent de ces vers, surtout pourleur manque absolu d’intérêt. Ce n’est pas ainsi qu’il faut en faire;j’en ferai peut-être de pires, mais je n’en ferai plus comme cela».

Di versi così, con tutto quel lusso di evocazioni e di fantasiemitologiche, con quelle eleganze corinzie nel disegnoe quelle sonorità attiche o alessandrine nell’espressione, neavrebbero, sì, continuato a fare il Monti e il Foscolo; ma lasua via, la via nuova che oramai egli aveva intravista, eraun’altra: e per quella ei si sarebbe messo, risoluto di percorrerlatutta. Via erta ed arta, nè prima tentata; ma megliocadere nell’ardimentosa ascesa verso l’alta cima agognata, chericalcare l’ampia strada tanto e da tanti battuta:

S’io cadrò su l’erta,
Dicasi almen: su l’orma propria ei giace[3].

E, proprio com’egli aveva sentenziato nell’Urania (versi191-93),

baldanza a quel voler non tolse
Difficoltà, che a l’impotente è freno,
Stimolo al forte.

[1] Il Manzoni medesimo confessava, con l’usata modestia ed arguzia,il singolare fenomeno, scrivendo, verso la fine del 1859, alla signoraCollet aver egli messo da parte l’Inno Ai Santi, «sitôt que je me suisaperçu que ce n’était plus la poésie qui venait me chercher, mais moiqui m’essoufflais à courir après elle». Vedi più avanti, pag. 486-88.

[2] Cfr. il I volume di questa ristampa hoepliana delle Opere diA. Manzoni.

[3] Si ricordi Orazio (Epist. I, 19, 21-2):

Libera per vacuum posui vestigia princeps;
Non aliena meo pressi pede....

[xiii]

II.

L’Urania è un inno, ricalcato sul modello di quelli chevanno sotto il nome d’Omero. Il poeta implora dalle Grazie(«chieggo a le Grazie») che lo facciano riuscir gradito anchea Firenze. Ma nè chiama Firenze tranquillamente Firenze,nè chiama Milano semplicemente Milano: non sarebbe statoun proceder degno di chi ambiva al «nome che più dura epiù onora»! Uno che se n’intendeva, il Monti, il caposcuola,aveva difatto insegnato: «Occorre parecchie volte al poetadi dover nominare una cosa, il cui semplice nome o non hatutta in sè stesso la poetica dignità, o ripugna alle leggi delmetro, o desta un’idea non abbastanza sublime e maravigliosa....Nè senza l’aiuto di questi favolosi amminnicoli lalingua poetica si sosterrebbe».[4] Il novizio Manzoni proemiadunque, con perifrasi solenni e sonore, così:

Su le populee rive, e sul bel piano
Da le insubri cavalle esercitato,
Ove, di selva coronate, attolle
La mia città le favolose mura,
Prego, suoni quest’Inno: e se pur degna
Penne comporgli di più largo volo
La nostra Musa, o sacri colli, o d’Arno
Sposa gentil, che a te gradito ei vegna
Chieggo a le Grazie.

E continua. Fin dai primi anni, quando il Desiderio ci ècompagno crudele nel cammino della vita, ho nutrito unacara speranza: che l’Italia annoverasse me pure tra’ suoi poeti.L’Italia, che da lungo tempo è ospizio delle Muse; non giàla culla, poichè esse nacquero in Grecia. Ma quando questedive lasciarono i laureti achei, esse sdegnarono di porre lanuova dimora altrove che qui. È vero che vi rimasero mute[xiv]durante tutto quel tempo che i barbari recaron l’oltraggio,non ancor vendicato, alla donna latina, «dal barbaro ululatoimpäurite»; non però abbandonarono l’infelice amica. Cheanzi, la Poesia italiana,—questa vergine bella ed aspettatadalle genti, le quali, tacendo essa, mancarono di qualunquesorriso—, si sollevò poi ad alte cose, rinascendo più vigorosada le turpi unniche nozze.

E tu le bende e il manto
Primo le désti, e ad illibate fonti
La conducesti; e ne le danze sacre
Tu le insegnasti ad emular la madre,
Tu de l’ira maestro e del sorriso,
Divo Alighier, le fosti.

Ognuno intende che siamo nel pieno rifiorire di quell’artepaganeggiante, il cui più insigne sacerdote fu Antonio Canova.Codesto divo Alighieri (oh il busto donatelliano del Museodi Napoli, dall’espressione così severa ed arcigna, e con lebande del cappuccio cadenti sugli orecchi!), che conduce lamirabil virgo a bagnarsi e a dissetarsi alle illibate fonti, el’ammaestra ne le danze sacre,[5] ricorda molto da vicino ilcanoviano Napoleone di Brera, nudo e formoso come un Apolloe con le insegne e i simboli d’un Cesare Augusto, conquistatoredei Germani o dei Britanni. Ma come al Canova, di trale carezzose modellature d’una Psiche o delle Grazie, sfuggivaquasi di mano la maravigliosa e vivente testa di papaRezzonico; così al giovinetto Manzoni, ricercante sulla liraaccordi e armonie achee, sbocciavan dalle labbra accenti comequesti, che prenunziano il poeta novello:

In lunga notte
Giaceva il mondo, e tu splendevi solo,
Tu nostro: e tale, allor che il guardo primo
Su la vedova terra il sole invia.
[xv]
Nol sa la valle ancora e la cortese
Vital pioggia di luce ancor non beve,
E già dorata il monte erge la cima.[6]

Alle Muse dunque, alme d’Italia abitatrici, io intendo,continua il poeta, intrecciare un serto di lodi in pria noncolte: dacchè una vile parola odo vagare tra il volgo,

Che le Dive sorelle osa insultando
Interrogar, che valga a l’infelice
Mortal del canto il dono.

Ebbene, io celebrerò gli antichi beneficii prodigati agli umanida quelle Immortali. Urania li cantò una volta al suo dilettoPindaro; io dirò perchè la dea accordasse all’alto poeta untanto privilegio,

indi i celesti accenti
Ricorderò, se amica ella m’ispira.[7]

Non so quanta fede meriti quell’aneddoto, raccontato daqualche biografo, che il Monti, dopo d’aver letta l’Urania,esclamasse: «Costui comincia dove io vorrei finire». Questotuttavia mi par certo, che nel nuovo poemetto il Manzonimostrò di sapere oramai da maestro mischiare «al bello e vigorosocolorito», di cui già il Monti lo lodava a propositodell’Adda, quella «virgiliana mollezza» che il vecchio poetaancor desiderava nell’idillio del 1803. E non mi parrebbe nèun’eresia nè una sconvenienza quella di chi volesse vederenell’esclamazione montiana, bensì un giudizio amabile e deferente,non un vano complimento. L’Urania è, coi Sepolcri[xvi]del Foscolo, il più bel fiore di quel rinnovamento classicodella poesia, che tra noi mette capo al Monti; e sta di mezzofra il Prometeo di questi e le Grazie foscoliane. Lo ha già osservatoil D’Ancona: «il concetto del poemetto del Manzoni èquello stesso che informa il Prometeo del Monti e le Graziedel Foscolo; molto probabilmente il primo ha comunicatoqualche cosa di proprio all’Urania, e le Grazie qualche cosahanno tolto da questa».[8]

Secondo un certo suo proprio «sistema poetico», le Graziesono per il Foscolo «deità intermedie fra il cielo e la terra,e ricevono da’ Numi tutti que’ doni che esse vanno poi dispensandoa’ mortali»; e secondo un suo «sistema storico»,quelle deità «diffusero i loro benefizi più particolarmente allaGrecia antica dov’ebbero origine, e all’Italia dov’hanno trasferitala loro sede». Cantando dei loro eterei pregi e dellagioia che, vereconde, esse danno alla terra, il poeta chiedea quelle belle vergini

l’arcana
Armoniosa melodia pittrice
Della vostra beltà; sì che all’Italia,
Afflitta di regali ire straniere,
Voli improvviso a rallegrarla il carme.

Il Foscolo, che dimorava allora in Toscana, non ha bisogno,come il Manzoni, di chiedere alle Grazie che faccianrisonare il suo Inno nella nuova Atene; anzi egli può invitareil Canova al vago rito e agl’inni, proprio

Nella convalle fra gli aerei poggi
Di Bellosguardo,

[xvii]

tra quei

cento colli, onde Appennin corona
D’ulivi e d’antri e di marmoree ville
L’elegante città, dove con Flora
Le Grazie han serti e amabile idioma.

Quei colli, che la luna o l’alba scoprivano agli occhi di Galileo,che qui sedeva in compagnia delle Grazie «a spiarl’astro della loro regina»; dacchè

era pur lieta
Urania un dì, quando le Grazie a lei
Il gran peplo fregiavano.

Lo ha pur accennato il Manzoni: le Muse, fuggitive dallaGrecia natia, cercarono asilo in Italia; ma il Foscolo compiequell’accenno, e ridice la cosa più fastosamente:

Però che quando su la Grecia inerte
Marte sfrenò le tartare cavalle
Depredatrici, e coronò la schiatta
Barbara d’Ottomano, allor l’Italia
Fu giardino alle Muse.

E non dimentica—e non l’avrebbe potuto!—Dante.

Un mirto
Che suo dall’alto Beatrice ammira,
Venerando splendeva: e dalla cima
Battea le penne un Genio disdegnoso,
Che, il passato esplorando e l’avvenire,
Cieli e abissi cercava, e popolato
D’anime, in mezzo a tutte l’acque, un monte;
Poi, tornando, spargea folgori e lieti
Raggi e speme e terrore e pentimento
Ne’ mortali; e verissime sciagure
All’Italia cantava.

In verità, codesta figurazione di Dante, che, a guisa d’unGenio disdegnoso (o d’un’Aquila sdegnosa, com’è nel rimaneggiamentodell’Orlandini), appollaiato sopra un mirto, starnazzale ali sotto gli occhi della sua donna «beata e bella»[xviii]che guarda dall’alto; e intanto, cerca cieli e abissi e montisorgenti dalle acque, e sparge folgori e raggi e speme e terroree pentimento, e canta sciagure quasi un novello Calcante:non è nè perspicua nè cospicua. Come del resto nonè ben chiara la poetica perifrasi indicante Milano; che nemmenoessa manca. La compagna della sonatrice d’arpa «vieneultima al rito, a tesser danze all’ara»: dicono fosse al secolola signora milanese, molto bella, Maddalena Marliani Bignami.

Pur la città, cui Pale empie di paschi
Con l’urne
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 ... 93
Comments (0)
Free online library ideabooks.net