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Racconti

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Title: Racconti
Release Date: 2018-09-10
Type book: Text
Copyright Status: Public domain in the USA.
Date added: 27 March 2019
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RACCONTI.



Proprietà letteraria.


F. DALL'ONGARO

RACCONTI



La Donna bianca dei Collalto.
I complimenti di Ceppo. — I due castelli in aria.
Il Diritto e il Torto. — Il berretto di pel di lupo. — La valle di Resia.
Istoria di una casa. — La giardiniera delle male erbe. — La fidanzata del Montenegro.
Gentilina. — Fanny. — Il palazzo de' Diavoli. — Un viaggetto nuziale.
L'ora degli Spiriti.

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FIRENZE.
SUCCESSORI LE MONNIER.
1869.

INDICE


Signori e Signore

I Racconti che vedete qui riuniti sono fratellicarnali delle Novelle vecchie e nuove che mandaiper il mondo, anni fa. Anche tra questi ve n'hadi vecchi e di nuovi: c'è il primo che scrissi,i Complimenti di Ceppo, e l'ultimo, che fantasticaisu' due piedi, dinanzi alla porta della mia casain una delle ultime notti stellate.

I Complimenti di Ceppo, come la maggiorparte de' suoi fratelli e sorelle, sono autentici e veriquanto può esserlo ogni altra storia e novella checorre per le stampe e per le bocche degli uomini.Ma perchè fu il mio primogenito, ed ha l'etàdella ragione, vi dirò come ei nacque e perchè.

Io viveva in diebus illis nella bella città diTrieste, e vi stampavo un giornale col titolomodesto di Favilla, e colla epigrafe ambiziosa:

Poca favilla gran fiamma seconda.

I miei abbonati, sparsi per tutta l'Italia, divenivanoa vicenda i miei collaboratori gratuiti. I giornali,[Pg II]in quel tempo, non erano organi del governoo di un partito contro il governo: erano un ricambiod'affetti e d'idee, un amo gittato a caso perpescare, dovunque fosse, un amico del buono e delbello.

Una volta l'amo venne su carico di una gravecensura ad uno dei più gentili poeti viventi; censuraacerba ma vera, sottoscritta da un nome didonna. Il poeta rispose; la donna replicò col vigoree col senno di un critico provetto. Invitata adonorare de' suoi scritti il giornale, mandava unaltro scritto in cui rivedeva le bucce all'Ariosto, aproposito d'una sua versione o imitazione elegantema poco esatta di Catullo o di Virgilio, semprecolla medesima firma. Credetti, sulle prime,che quel nome di donna coprisse quello di un letteratobarbogio, il quale per rendersi accetto alpubblico usurpasse il nome di una gentil damigella.

Ma fatta un'inchiesta, venni a sapere che l'autoredi quelle critiche argute era veramente unadonna, e che il nome di Caterina Percoto, ond'eranosottoscritte, apparteneva davvero al libro d'oro dellanobiltà friulana.

Ringraziando la mia incognita collaboratricede' suoi eruditi articoli di critica letteraria, osaipregarla a mutar qualche volta registro; e poichèaveva l'onore di appartenere al sesso gentile, volessemandarci qualche scritto da donna.

Tre mesi di silenzio punirono l'indiscreto consiglio.[Pg III]Poi, sollecitata a rispondere, mi fece significareche non sapeva indovinare che cosa io intendessiper uno scritto da donna.

Invece di scriverle una dissertazione, scrissi ele mandai stampato il racconto sovraccennato, dicendole,nel miglior modo ch'io seppi, ch'io ledavo in mano l'orditura di una tela ch'ella saprebbetessere e ricamare meglio di me. Nata contessa,e vivendo alla buona cogli abitanti della suaterra, avrebbe potuto meglio d'ogni altro descriverei mille aspetti della natura, i costumi, le tradizioni,le vicende, gli affetti di quei campagnuoli.

Dopo un silenzio più lungo, la contessa CaterinaPercoto mi mandò il manoscritto della suaprima novella Lis Cidulis. Ella aveva non solocompresa, non solo giustificata, ma superata lamia aspettazione.

Il mio raccontino era stato la cote di cui parlaOrazio, che affila il ferro, inetta per se stessa atagliare.

E questo vi spieghi perchè i Complimenti diCeppo mi sono cari, e perchè mi applaudo segretamentedi averli scritti e stampati. Senz'essi forsela contessa Caterina Percoto avrebbe continuato ascrivere le sue elucubrazioni erudite, e l'Italiaaspetterebbe ancora la sua gentile e simpaticanovellista.

La cote d'Orazio, affilando l'altrui stile, affilòpure il mio. Noi scrivemmo a prova racconti e[Pg IV]novelle, dipingendo ciascuno le proprie impressioni,e commentando i fatti cotidiani di cui eravamotestimoni, o che ci arrivavano, comunque fosse,all'orecchio. Io ritraeva più spesso la città co' suoivizj; essa la campagna e le sue modeste virtù. Pocoella prese da me: io molto da lei, massime i coloriche resero accetta la mia Rosa dell'Alpi, ristampatada ultimo di là dell'Atlantico, e data cometesto di lettura italiana ai concittadini dell'illustreLongfellow.

Ecco come nacque il mio primo racconto, ecome fu seguìto dagli altri. Fate loro buon viso,o lettori, se non foss'altro, perchè furono stimoloed occasione a cose migliori.

L'Autore.

Firenze, 20 luglio 1869.


I.

Gli uomini più saputi e più accorti del nostro tempo,udendo parlare di leggende, di tradizioni, d'apparizioni,si contentano di sorridere, e danno dei semplici,per non dir altro, ai nostri nonni che vi prestavanotanta fede. I filosofi, gli storici, i poeti fecero fino a' nostrigiorni altrettanto, o al più al più, questi ultimi netraggono qualche visione o qualche ballata per loro divertimento,quando hanno vuotato il sacco delle loroliriche appassionate o disperate, e delle lor querimoniecontro il secolo positivo. La gente semplice, grossa,ignorante, benchè per un certo pudore sorrida anch'essadella propria credulità, pur si compiace ancor troppo ditali racconti, per credere che ne rida di buona fede.

Non so in quale di queste classi vorranno mettermii miei lettori, nè in quale dovrò metter loro. Per ciòche mi concerne, dirò candidamente che non ebbi maipaura di streghe nè di folletti: aggiungerò che i mieisonni infantili non furono mai nè dall'aia, e molto menodalla madre blanditi con queste favole. E pure, essendomitrovato sovente in luoghi e fra persone assai diverse,avendo l'abitudine di studiare i vari caratteri[Pg 2]della gente che mi circonda, non ho saputo astenermidall'esaminare questi fatti dello spirito umano. Dicofatti, perchè ogni opinione, ogni superstizione, ogni credenza,per falsa che sia, è un fatto, in quanto esiste nellamente del vulgo. Esaminando alcune di queste leggende,ci ho quasi sempre trovato sotto una ragione, e spessotutt'altro che frivola. Credete pure, miei buoni lettori,che una favola destituita d'ogni senso non si trasmettedi bocca in bocca, e non dura per secoli. Dico questonon per celia, ma di tutto il mio senno, e se ho raccoltodi quando in quando alcuni di questi fatti e ho procuratodi raccontarli alla meglio in prosa od in versi, non hointeso di contar pure favole, o almeno, ho scelto fraqueste le poche che mi parevano celare alcun che dimorale e di significativo.

Questi pensieri mi giravano per la mente l'altr'ieri,recandomi da Conegliano a Collalto per visitare il teatrodi una di codeste leggende. — Come! direte: tu facestiun viaggio per recarti costà? o che forse t'aspettavidi vederti apparire la Donna Bianca? A chi vuoifar creder codesto? — Io non ebbi mai il vezzo di volerfar credere checchessia; meno a voi, miei lettori, chesiete gente fina e aliena da ogni credulità. E il viaggioch'io dissi, per quanto vi paia strano e ridicolo, nonè per questo men vero; e aggiungo che, senz'esso viaggio,io non avrei oggi l'onore d'intertenermi con voi.

Or dunque, lasciata Conegliano alle spalle, sur unleggero calesse io m'indirizzavo verso Collalto. Aveva ilsole di fronte, il quale precipitava al tramonto. A sinistral'immensa pianura della Marca, a destra i bellissimicolli che dolcemente s'innalzano, verdi, pampinosi,festanti, curvandosi in mille forme, digradando e sfumandosinel lontano azzurro del cielo. I colli di Coneglianonon hanno invidia a quelli della Toscana, ai Berici,[Pg 3]nè ai Lombardi. Un pittore, sia pure d'immaginazionela più ricca e feconda, non potrebbe nulla aggiungeree nulla togliere al vero, per figurare in tela l'idealedell'Eden. E chi crede ch'io esageri, non ha che a fareil riscontro.

Spiccato in nero dalle roscide tinte del tramonto,mi sorgeva di rimpetto il castello di San Salvatore.Quando dico castello, intendo un paese; chè questa nonè punto una delle solite ruine che piacciono ai paesisti.Il castello di cui parlo è ancora in perfettissimo stato, epiù abitabile e abitato che mai. La principesca famigliada cui si nomina ci viene a passare l'inverno in numerosacomitiva, e vi fa operare continui ristauri, che senon giovano all'arte, giovano al comodo. Un ampio terrazzos'innalza dai circostanti edifici, come il tubo diun'immensa locomotiva. Verso la sommità si allarga perl'aggetto d'un'ampia cornice, sopra la quale, costruttain età più recente, si curva la pina a modo di tulipanogigantesco. Perdonate la meschina similitudine; non sapreicon qual altra immagine porvi sott'occhio codestocomignolo esagono ch'espande le curve merlature nell'aria,proprio come i petali di quel fiore.

Giace alle radici del colle l'ameno villaggio di Susegana,e di là dolcemente salendo la strada, ti conducefino allo spazzo dove sorgeva la prima torre a saracinesca.Questa ed altre parecchie di queste torri furono atterrate,atterrate non poche altre costruzioni massiccieche difendevano il castello dalla parte di tramontana. Intempi pacifici, si sa bene che tutti codesti ripari sono piùun lusso che altro; pure non può fare che non ci spiacciala perdita infruttuosa di questi monumenti d'un'altraetà. Ma io non intendo di fare il piagnone, tanto piùch'io vengo in traccia di tradizioni e non di ruine.

Feci sostare il cavallo, e salii pedestre fino alla casa[Pg 4]d'un uomo, che è quasi lo spirito famigliare, il cronista,lo storico vivente della casa Collalto. Intendo dire ilFranceschi, del quale avevo letto parecchie memoriescritte con sobria e sensata erudizione. Io lo conoscevapoco più che di nome: ma la gente che scrive ha il suopassaporto con sè; e poi come pensare che in quelleamene colline, presso a quel bel castello, non istesseproprio di casa la cortesia? Chiesi del Franceschi, e miguidarono a lui.

Dopo le oneste e liete accoglienze, inteso che la primacagione del mio viaggio era un punto di erudizione,l'ottimo cancelliere di casa Collalto non tardò un istantea mettere agli ordini miei tutti i vecchi manoscritti cherovistava, i cronisti della Marca che avea raccolti, e neiquali era solito vagliar l'oro dalla scoria delle adulazionie degli odii municipali. — Libri, pergamene, tutto è agliordini vostri, diss'egli; e se le lunghe letture vi possonoabbreviar la fatica, disponete della mia amiciziacome del mio buon cuore.

— Che sapete voi della Donna Bianca?

Egli mi squadrò con uno certo sorriso tra il sorpresoe l'ironico. — Donna Bianca? Voi scherzate, nonè vero?

— Non ischerzo punto, mio caro Franceschi. Io viringrazio infinitamente di tutte le vostre cronache, ditutti i vostri manoscritti, di tutte le vostre memoriestoriche, genealogiche ed erudite. Vi domando solo chene sapete di Donna Bianca?

— Intendo! riprese egli. Dopo aver manomesso ilcampo della storia, volete fare man bassa anche sullepovere leggende del popolo.

— Per l'appunto, risposi. E dipenderà da voi e dallagentilezza vostra che io non cominci da quella di DonnaBianca.

[Pg 5]

— E dàgli con Donna Bianca! Non sapete voi checodesta è una vecchia storia, una storia che deve risalireal duecento!

— Tanto meglio. Le leggende più antiche sono lepiù belle. Raccontatemi dunque che se ne dice, giacchè,per dirvela, io so poco più del nome.

— Andiamo intanto a cena, chè mia moglie nonbrontoli. Sono cose da contarsi dopo aver provvedutoallo stomaco. E mia moglie, forse, che è nata in questocastello, ne saprà più di me di cotesta filastrocca.

La proposizione era bella, ed aveva il merito pococomune dell'opportunità. Sicchè non è da dire se fu accettatacon tutto il buon garbo che meritava.

II.

«Bianca, prese a dire la gentil Caterina, dopo lepicciole ritrosie, senza le quali è impossibile che unadonna cominci un racconto; Bianca, per quanto intesi adire dall'avola, era il nome d'una orfanella ch'era stataraccolta in casa Collalto, quando la famiglia risiedevaancora nel castello di questo nome, poche miglia lontanoda qui. Qualcheduno sostiene che questo non fosse altrimentiil suo nome di battesimo, ma una specie disoprannome venutole dalla singolare bianchezza dellacarnagione e dal candore dell'animo. Checchè ne fosse,ella era, secondo l'opinione comune, una graziosa fanciulla,forse raccolta dalla madre del conte Tolberto, onata costì da qualche affezionato maggiordomo della famiglia.Pareva dovesse condurre nella pace e nell'oscuritàla sua vita, e divenire più tardi la moglie di qualchescudiere o paggio prediletto ai signori, e il suo nome sarebbeora confuso con quello di tante che non si saprà[Pg 6]che vivessero, se non quando risorgeremo insieme nellagran valle di Giosafatte. Meglio così per la povera Bianca!Ma la sua trista sorte doveva farla troppo famosa.

»Il conte Tolberto di Collalto, unico figlio di un barbonenominato Schinella, e di

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