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La donna fiorentina del buon tempo antico

La donna fiorentina del buon tempo antico
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Title: La donna fiorentina del buon tempo antico
Release Date: 2018-09-20
Type book: Text
Copyright Status: Public domain in the USA.
Date added: 27 March 2019
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LA DONNA FIORENTINA
DEL BUON TEMPO ANTICO


La donna fiorentina
del buon tempo antico

affigurata da ISIDORO DEL LUNGO

Nei primi secoli del Comune — Da Dante al Boccaccio — Beatrice — Ladonna ispiratrice — Nel Rinascimento e negliultimi anni della libertà — Una madrefamiglia delcinquecento — Un'altra lettera dell'Alessandra MacinghiStrozzi.

R. Bemporad & Figlio — Editori
FIRENZE 1906 Filiali: MILANO, ROMA.
TORINO: S. Lattes e Cº. — NAPOLI: SocietàCommerciale Libraria.


PROPRIETÀ LETTERARIA
DEGLI EDITORI R. BEMPORAD E FIGLIO

1905 — Firenze, Tipografia della Biblioteca di cultura liberale.


Alla mia EDUVIGE, e alle tre nostre battezzate in San Giovanni CAROLINA, ROMILDA, ALBERTINA

Palazzina, 17 ottobre 1905.

[1]

NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE

[2]

Alla Società per l'istruzione della donna, in Roma il 13 marzo, e alCircolo Filologico di Firenze il 25 aprile, del 1887.

Conservo a questo e ad altri degli scritti che compongono il presentevolume la forma con la quale mi nacquero, di pubblica lettura.Bensì la materia, che qui si distende quant'occorreva alla trattazionedell'argomento, fu in quelle letture contenuta entro limitidi tempo e di discrezione.

[3]

Signore e Signori,

Più volte mi è occorso pensare, che si potrebbe ritrarre,così in punta di penna, la vita antica fiorentina,delineandola per figure femminili: dalle donne casalinghede' tempi di Cacciaguida alle madrifamiglia dei primitempi medicei; poi da queste alle popolane e gentildonneanimose e gagliarde degli ultimi anni repubblicani. Io mison provato ad abbozzare il ritratto della donna nel primodi que' due periodi, cioè dai principî del Comune sino aitempi dell'oligarchia prevalente nella seconda metà delsecolo XIV. La donna fiorentina di questo periodo puòconsiderarsi nella realtà storica, nelle leggende, nellaidealità poetica. Mi fermo ai due primi capi; realtà storica,leggende; e sotto di essi raccolgo (nè altro promettoal mio cortese uditorio) alcune imagini e figure dal vero.

Ma una cosa, innanzi di procedere, giova che sia avvertita.Alla libertà fiorentina, da' primordî del Comunesino alla distruzione degli ordini repubblicani nel 1530,la donna non recò il tributo di atti virili ed eroici, comefu in altre città d'Italia. Non ha Firenze, nè dalla storianè dalla leggenda, la Cinzica de' Sismondi, che salva Pisadalla notturna aggressione dei Saraceni; non ha Stamura,che col ferro e col fuoco affronta impavida l'esercitoimperiale assediante la sua Ancona; nè Caterina[4]Segurana, a cui Nizza pose una statua sulla porta Peirolierada lei difesa contro Turchi e Francesi; nè madonnaCia degli Ubaldini, la forte donna romagnola, «guidatoredella guerra e capitana de' soldati»,[1] che sostiene Cesenacontro le masnade sanguinarie del cardinale d'Albornoz,resistendo con pari fermezza e alle armi nemichee ai consigli di resa che le vengono da valorosi uominidi guerra; nè, se vogliamo aggiungerla, Caterina SforzaRiario, che, nella ròcca di Forlì, calpesta la fede data ela vita stessa de' figliuoli, per assicurare la vendetta dell'uccisomarito; madre poi, e non fa maraviglia, di Giovannidelle Bande Nere. Nè sono fiorentine, ma dellaterra e del tempo dei Vespri, le donne che aiutavano ladifesa della patria contro l'angioino oppressore; e il popolone faceva la canzonetta, che Giovanni Villani[2]avrebbe dovuto conservarci intera:

Deh com'egli è gran pietate

delle donne di Messina,

veggendole scapigliate

portare pietre e calcina!

Eroismo rinnovato, bensì con tutta la pompa del sec. XVI,dalle gentildonne e popolane senesi, che distribuite insquadre con divise a tre colori, violetto rosa e bianco,lavorarono alle fortificazioni di quell'ultimo baluardo dellademocrazia toscana; e meritarono che un gentiluomofrancese, il Montluc,[3] rendesse loro l'omaggio dei prodi.Non ebbe eroine Firenze, o le ha dimenticate. Ma cheperciò? La donna non ismentisce nella storia la proprianatura e l'ufficio commessole dalla Provvidenza: la istoriasua è (salvo eccezioni, così nell'ordine de' fatti come delpensiero) storia senza nomi, ma di tutti i giorni e di tutte[5]le ore, perchè nessun giorno e nessuna ora passano senzalacrime umane, ed è lei che le raccoglie o le dona; nèsenza bisogno di conforti alle battaglie della vita, e dalsorriso di lei ci vengono i più efficaci. Rintracciare talestoria è invero malagevole; ma non più di altre ricerchemorali e psicologiche intorno alle umane vicende. E senon le mancano pagine nel mondo antico, dove l'individuoera sì gagliardamente assorbito nella pubblica cosa;se in ciò che di benefico ebbe, contro quella tirannidedello Stato, la violenza barbarica, uno dei simboli dellaindividuale libertà e della umana coscienza rivendicataè appunto la donna; sarebbe illogico, che la storia dilei, nel senso e contenuto suoi veri, scarseggiasse in secolidi civiltà e libertà cristiane, e a noi tanto più vicinie di tanto più agevole investigamento; per modo che dovessimolimitarla alla genealogia delle case feudali oprincipesche o magnatizie, che sarebbe quasi un abolirladel tutto dai gloriosi annali delle nostre repubbliche. Benaltramente hanno pensato della storia femminile mentielette o sovrane. Il Tommaseo[4] scrisse, che «se prendessimoa considerare la donna quale ce la dipingonovia via tutti i poeti gli storici i moralisti, de' varii luoghie de' tempi, troveremmo in lei quasi l'ideale del secolo»:nè egli era facile adulatore di nessuna potenza.Il Guasti,[5] raccogliendo le lettere d'una madre fiorentinadel Quattrocento, spera aver provato con quelle, che«nelle lettere delle donne sia riposta la storia più intimadi un popolo». E il più grande Poeta dell'evo modernoquesta idealità della donna, immanente nella storia, raccolsein una vigorosa astrazione chiamandola «l'eternoFemmineo»; i cui splendori un Poeta nostro[6] ha salutatisopr'una fronte regale, che ha corona invidiabile nell'amoreunanime del popolo suo.

[6]

I.

Della donna fiorentina ne' secoli XI e XII, sul cominciardel Comune italico, non potremmo desiderare piùautentica imagine nè più efficace. Nella mirabile rappresentazioneche, tra i fulgori del cielo di Marte, Dante fadel vecchio Comune fiorentino, ponendone sè ascoltatoredevoto e commosso dalla bocca di Cacciaguida degli Elisei,cavaliere e crociato; alle memorie cittadine, ai titoli gentilizi,ai desiderî ai rimpianti della vita civile, antecedonole ricordanze casalinghe, gli affetti soavi della famiglia,le santità della culla e della tomba: e su tuttequeste figurazioni, che fanno di quel canto del Paradiso[7]un vero idillio domestico, diffonde la sua luce, mite e modestaregina, la donna. E non la donna idealizzata dall'amoree dall'ingegno: Beatrice in quell'episodio si stain disparte, e solo accompagna con benigno sorriso ilcolloquio fra l'Alighieri e il trisavolo;[8] ma la donna delfocolare, la compagna della vita, quella che con l'uomo,suo amore ed orgoglio, partecipa le gioie e i dolori, chegli guarda l'avere, gli educa i figliuoli, lo conforta al benee ne lo fa degno, lo affida nelle avversità e nei pericoli,soccombente lo incora, nelle vittorie lo affrena, gli faquieta e riposata la casa perchè la patria lo abbia cittadinooperoso. Alla custodia di lei sono commesse le duevirtù che il Poeta pone come principali del viver sociale,parsimonia e pudore:

Fiorenza, dentro dalla cerchia antica,....

si stava in pace sobria e pudica.

Non cerca sfoggio d'ornamenti,

che fosse a veder più che la persona.[9]

[7]

È allegrezza e consolazione della casa dov'ella è nata, eche non muterà con quella dello sposo, se non a tempodebito, e contentandosi, essa e l'uomo che riamato amalei, di dote ragionevole; cosicchè «nè il tempo nè la dotefaranno al padre paura». L'austerità del costume le risparmiale frivole cure e gli artifizi procacciativi di bugiardabellezza: ella «vien dallo specchio senza il visodipinto»; e «contenta al fuso e al pennecchio», preparadi propria mano le semplici vestimenta al marito. Unsolo amore comprende nell'anima sua la convivenza noninterrotta con esso, e il luogo del comune estremo riposonella dolce terra nativa: sentimento che il Poeta chiama«la certezza della sepoltura», e «Oh fortunate!» esclamacon una di quelle note che insegna l'esilio. La giovinesposa «veglia a studio della culla», e acqueta e sollazzala sua creatura; mentre la nonna, filando, racconta aigrandicelli le luminose leggende delle origini italiche edella potenza latina,

favoleggiando con la sua famiglia,

de' Troiani, di Fiesole e di Roma:

però che essa, la donna del Comune italiano, indovina esente che questo è l'erede e il rinnovatore legittimo diquel glorioso passato; e nel nome augusto di Roma, chei fanciulli imparano dalle labbra materne a chiamar madredella loro città, sublima il concetto della patria inquelle tenere menti, e ve lo impronta non cancellabile.

Dico, la donna del Comune italiano: e quel che dallastoria di Firenze verrò, di figure femminili, delineando ecolorendo, s'intenda che sia in gran parte com'un ritrattodella donna italiana nella vita de' nostri liberi Comuni.[10]Però che anche rispetto a questa gentile imaginedel nostro passato, le diversità e le contingenze regionali[8]sottostanno alle ragioni di somiglianza, anzi alla identitàdi certe generali condizioni storiche, entro le quali sirimase involuto fino ai giorni presenti il benauguratogerme della unità nazionale. Se non che la storia di Firenzeè forse la più ricca di qualsiasi altra delle cittànostre, rispetto a notizie e documenti di carattere particolaree domestico; è altresì quella, dove, per le ragionidella lingua, anche tale ordine di fatti e di cose sia statorappresentato con maggior larghezza, e sia più universalmentenoto, per opera di storici, di novellatori, di trattatisti,di poeti, di comici, che la città non tanto ha avutiquanto dati alla nazione.

II.

Quella donna fiorentina de' secoli XI e XII, nella cuisoave ricordanza Cacciaguida si esalta, e le congiungela memoria della madre sua «ch'è or santa», e i travaglidi lei partoriente con la invocazione di Maria; nonha un nome, perchè essa era nella mente di Dante ununiversale, comprensivo e cumulativo delle figure individueconcorse a formarlo. Quella gentile, non d'altrisplendori luminosa che della fioca e carezzevole luce dellepareti domestiche, invecchiò presto: poichè poco più d'unsecolo separa la realtà storica di lei dal rimpianto chene suona, come di cosa ormai remota, nei versi del fiorentinoproscritto. Ma già ell'era vecchia, e di secolipur quando generava

a così riposato, a così bello,

viver di cittadini, a così fida

cittadinanza, a così dolce ostello;

perchè in lei, quale questa divina poesia[11] l'ha scolpita,ritroviamo, immutata lungo il corso delle età procelloso,[9]l'antica madrefamiglia, sulla cui tomba il massimo dellalode è che fu da casa e filò la lana (domum servavit, lanamfecit). Questa parte delle tradizioni latine era affidataa lei, che la mantenesse, incontaminata dalle orgiee dalle ebbrezze imperiali, poi fra le vendette sanguinosedella barbarie, nella silenziosa desolazione successa all'immensacaduta, infine nei mescolamenti delle razzesopravvenute addosso al volgo innominato e disperso, maconservatore tenace, finchè gli rimane una famiglia, e dellafamiglia, vigile e sospettosa e, occorrendo, fiera custoditricela donna. La donna del secolo XII, adunque, piuttostoche da quello al successivo invecchiata, può dirsiaver finito la parte sua, e andar cedendo alle condizioni,che intorno a lei si atteggiano così diversamente, di vitapolitica, di costumanze, di pensieri e propositi. Nella civiltànuova — della quale è resultato e compendio, istituzionelentamente elaborata, il Comune — troppi elementi,fin allora latenti più o meno e costretti, si svolgono alleaure di libertà, cosicchè anche la vita domestica, e le relazionidi questa con la civile, possano sfuggire ad unamutazione. Nè fa maraviglia che tale mutazione non piacciaa Cacciaguida. Egli si ricorda de' bei tempi, quando,lui giovinetto, vivevano ancora i cittadini della «picciolaFirenze divisa per quartieri, cioè per quattro porte»,delle quali Porta del Duomo era stato, dice la cronica,«il primo ovile e stazzo della rifatta Firenze» (rifatta,nessun Fiorentino ne dubitava, da Carlo Magno imperatoree dai Romani), «e dove tutti i nobili cittadini di Firenzela domenica facieno riparo e usanza di cittadinanzaintorno al duomo», cioè al San Giovanni, «e ivisi faceano tutti i matrimonî e paci, e ogni grandezzae solennità di Comune».[12] Cacciaguida ha vissuto diquesto Comune l'età, com'a dire, inconscia e imperfetta,[10]senza nè la potenza nè le burrasche che poi sopravvennero:la pacifica età consolare, durante la quale la cittadinanzasi è venuta ordinando quasi estranea ai contrastifra Chiesa ed Impero, che ha lasciati combattereai Marchesi di Toscana, alle contesse Beatrice e Matilde,la cui nominale supremazia non pesò mai di fatto, neanchedella grande e popolare Contessa, sulla indipendentecittà. Scarse relazioni esterne, sia di commercio sia dipolitica; qualche passata imperiale, fatta quasi sempreinnocua dallo spontaneo omaggio e dall'essere la Toscanatenuta abitualmente fuori dell'itinerario strategico dicotesti Cesari e di ciò che si moveva

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