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Novelle

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Title: Novelle
Release Date: 2018-11-24
Type book: Text
Copyright Status: Public domain in the USA.
Date added: 27 March 2019
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E. DE AMICIS.
NOVELLE.


NOVELLE

DI

EDMONDO DE AMICIS

GLI AMICI DI COLLEGIO. — CAMILLA.
FURIO. — UN GRAN GIORNO. — ALBERTO. — FORTEZZA.
LA CASA PATERNA.

QUINTA IMPRESSIONE.
della nuova edizione del 1878, riveduta e ampliata dall'autore
con sette disegni di V. Bignami.

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1884.


PROPRIETÀ LETTERARIA.

Gli editori hanno compite tutte le formalità richieste dalla leggee dalle convenzioni internazionali per riservare la Proprietà letterariae il diritto di traduzione.


A GONZALO SEGOVIA Y ARDIZONE

Per ringraziarvi degnamente delle cortesi accoglienteche mi faceste in Siviglia, dovreidedicarvi un libro, nel quale fossero descrittele meraviglie della vostra bellissima città natale;ma poichè quel libro non è anche fatto,e a me preme d'esprimervi la mia gratitudine,vi prego di accettare queste povere Novelle.Possiate, leggendole, pensare qualche volta all'amicolontano, echi quel desiderio affettuosoch'io sento di voi alla lettura dei vostri versigentili. Vivete sano, e godetevi i quadri delMurillo e il profumo degli aranci.

Torino, 20 luglio 1872.

Vostro
E. De Amicis.

[1]

GLI AMICI DI COLLEGIO.

[3]

[5]

I.

Molti scrivono ogni sera quello che hannofatto il giorno; alcuni tengono ricordo dellecommedie sentite, dei libri letti, dei sigarifumati; ma c è uno su cento, su mille, chefaccia una volta l'anno, o che abbia fatto unavolta in vita sua, l'elenco delle persone checonosce? E non intendo dire di quei pochi,con cui si ha che fare, o che si vedono, oa cui si scrive; ma di quel gran numero dipersone, viste altre volte, che forse non rivedremo,e che pur tornano ancora alla mentemolto tempo dopo che si son lasciate, a manoa mano più di rado, fino a che scompaionoaffatto, e non ci si pensa mai più. Chi di noi[6]non ha perduto la memoria di cento nomi esmarrito la traccia di cento vite? Eppure èuna gran perdita per l'esperienza, e io ne sontanto persuaso, che, se ricominciassi a vivere,vorrei spendere mezz'ora al giorno nel noiosolavoro di notar nomi e casi di persone, anchele più indifferenti.

Che storia intricata e strana mi ritrovereitra le mani, se avessi serbato ricordo di tuttii miei compagni delle prime scuole; e continuatoa chiederne notizie qua e là, via viache se ne presentava l'occasio ne, e tenutodietro, in qualche modo, alle vicende principalidi ciascuno! Ora, di quelle due o tre centinaiadi ragazzi che conoscevo, venti o trenta appenami son rimasti nella memoria, e so dovesono, e che cosa fanno; degli altri non so piùnulla. Per qualche anno ho avuto davanti agliocchi l'immagine distinta di tutti: erano trecentovisi rosei che mi sorridevano, e trecentogiacchette che mostravano ciascuna, più o meno,la condizione del babbo, da quella di vellutodel figliuolo del sindaco a quella infarinata delfigliuolo del fornaio; e mi pareva di sentirmiancora sonar nell'orecchio, a una a una, levoci di tutti; e vedevo il posto di ciascuno[7]nei banchi della scuola, e ricordavo parole, atteggiamenti,gesti. Ma a poco a poco tutti queivisi si confusero in una sola striscia color dirosa, tutte quelle giacchette in un color bigiouniforme, tutti quei gesti in un tremolìo indistinto,tutte quelle voci in un mormorìo fioco;fin che una nebbia fitta coprì ogni cosa, e ancheil mormorìo tacque, e la visione scomparve.

E mi dispiace, e molte volte mi piglia il desideriodi squarciar quella nebbia, e di ravvivarla visione. Ma ohimè! non li trovereipiù insieme; e se dovessi andarli a cercare auno a uno, chi sa quanti giri e rigiri mi toccherebbefare, e dove metter piede, e trachi! Forse passerei da una sacrestia a unacaserma, da una caserma a un'officina, dallaofficina allo studio d'un avvocato, dallo studiodell'avvocato a una carcere, dalla carcerea un palco scenico, dal palco scenico, purtroppo! al camposanto, e dal camposanto surun bastimento mercantile in un porto dell'Americao delle Indie. Chi sa quante avventure,quante disgrazie, quante tragedie domestiche,e mutamenti di visi e di costumi e di vita,in così piccolo numero di gente e in così brevegiro di tempo!

[8]

Eppure, non son quelli gli amici che si desiderapiù caldamente di rivedere. Non solo;ma se badiamo a discernere in noi il sentimentodi mesto desiderio che ci risospingeverso gli anni della fanciullezza, da quello checi pare ne sospinga verso i compagni di queglianni, ci meravigliamo di trovar questo cosìdebole, e fors'anco di non trovarlo nemmeno.E perchè ci dovrebb'essere, e forte? Stavamosovente insieme, eravamo allegri, ci cercavamo,ci desideravamo; ma le nostre anime non siricambiavano nulla di quello che le ravvicinae le stringe e vi lascia una traccia. Le nostreamicizie si legavano e si scioglievano con ugualefacilità. Avevamo bisogno di un compagno chefacesse eco alle nostre risa e ci aiutasse adarrampicarci sugli alberi e ci rimandasse lapalla con un colpo vigoroso; e a ciò servivameglio il più destro, il più chiassone e il piùardito; e questo, il più delle volte, era l'amicopiù caro. Ma volevamo bene ai deboli? Domandavamoai malinconici: — Che cos'hai? — Ese ci dicevano: — Il tale è morto — sipiangeva? Ah! non eravamo amici.

E sarà certo seguìto a molti di rivederedopo quindici anni un compagno delle scuole[9]elementari. Si riceve una lettera, di cui nonsi riconoscono i caratteri, si getta un'occhiataalla firma, e si dà un grido: — Come! Lui!È vivo? — Si piglia il cappello e si correall'albergo. Oh certo che, mentre si corre, ilcuore batte, e salendo la scala s'affretta il passocon grande ansietà, e si ride, e si gode, e nonsi darebbero quei momenti per tutto l'oro delmondo. Ma son quelli i più bei momenti. Sientra nella stanza con impeto, si bacia unuomo, nel quale, sì, a guardarlo bene, si ravvisaqualche tratto del fanciullo d'una volta;l'uno domanda all'altro: — Che fai? — e l'unoricorda all'altro, in fretta e in furia, qualchebazzecola di quando si andava a scuola e poi....è finita. Cominciate a pensare: — Chi è costui?Come ha vissuto, dacchè non ci siamovisti? Che cos'è seguito in quell'anima? Èbuono, è tristo, è un credente, è uno scettico?Io non ho niente di comune con lui, non loconosco. Bisognerebbe scrutarlo, studiarlo; madunque non è un amico! — E quel che pensatevoi, lo pensa lui, e la conversazione procedelanguida e fredda; e forse dalle primeparole vi accorgete che avete battuto due oppostevie; egli vi lascia trasparire una striscia[10]del suo berretto frigio, voi, secondo lui, lapunta del vostro codino di monarchico; voigli date una tastatina sulla letteratura, egli avoi sul seme dei bachi da seta; voi, prima didirgli che avete moglie, gli domandate s'eglil'ha; ed egli vi risponde: — Fossi minchione! — efinite col lasciarvi, stringendovi la puntadelle dita, e ricambiandovi un sorriso mortoappena nato.

Gli amici d'infanzia! Cari sì, sopra tutti,quando si siano vissuti insieme anche gli annidella giovinezza; ma se no, che cosa sono fuorche fantasmi? E l'infanzia stessa! Non ho maipotuto capire perchè si rimpiangono da moltiquegli anni, — anni in cui non si soffre, èvero, ma non si pensa, non si lavora, non sicrede, non si prorompe in quegli scoppi dipianto ardente ed amaro, che purificano l'animae fanno rialzar la fronte altera e splendidadi speranza e di coraggio nuovo! Ohmille volte meglio soffrire, faticare, combatteree piangere, che sfumar la vita in quel risocontinuato e inconsapevole, che nasce da nullae di nulla si pasce e di nulla si turba! Megliostar sulla breccia, sanguinosi, che in mezzoai fiori, sognando.

[11]

II.

I primi e più cari amici gl'incontrai a diciassett'anni,in un superbo palazzo, che ho sempredinanzi agli occhi, come se ne fossi uscitoieri. Vedo i grandi cortili, i grandi portici,le sale ornate di colonne, di statue e di bassorilievi;e in mezzo a queste cose belle e magnifiche,che richiamano al pensiero la reggiaantica, lunghe file di letti, di banchi di scuola,di panni appesi, di fucili, di daghe. Cinquecentogiovani sono sparsi pei cortili, per gli anditi,per le scale; un sordo rumore, interrotto dagrida acute e da risate sonore, si spande finoai più lontani recessi del vasto edifizio. Chemovimento! Che vita! Che varietà di tipi, diatteggiamenti, di accenti! Giovani dalle formeatletiche con lunghi baffi irsuti e voci stentoree,giovanetti smilzi e gentili come fanciulle;[12]visi bruni ed occhi siciliani nerissimi, e capigliaturebionde e pupille azzurre del settentrione;gesticolìo concitato di Napoletani, vocìoargentino di Toscani, parlantina acceleratadi Veneti, cento crocchi, cento dialetti;di qua canti e conversazioni clamorose, di làcorse, salti e battimani; gente d'ogni ceto, figliuolidi duchi, di senatori, di bottegai, diimpiegati, di generali; una società bizzarra cheha un po' del collegio, del convento e dellacaserma; dove si parla di donne, di guerra,di romanzi, di regolamenti; dove si fanno pettegolezzida donnicciuole e si covano segreteambizioni virili; una vita piena di noie mortalie d'allegrezze sfrenate, una confusione di sentimenti,di faccende e di casi dolorosi, stravagantie amenissimi, da cui la penna di ungrande umorista potrebbe cavare un capolavoro.

È la Scuola militare di Modena nel 1865.

[13]

III.

Non posso pensare a quei due anni passatilà, senza che mi assalga una folla di ricordi,dai quali non riesco a liberarmi prima d'averlifatti passar tutti, a uno a uno, come in unalanterna magica; ora ridendo, ora sospirando,ora crollando il capo, ma sentendo che tuttimi son cari, e che sin ch'io viva, non misfuggiranno mai.

Rammento sempre il primo dolore che ebbidalla vita militare, pochi giorni dopo ch'eroentrato nel collegio tutto ardente di poesiaguerriera, una mattina che ci diedero i berretti,e tutti gli allievi della compagnia ne trovaronouno, e io solo non lo trovai, chè mieran tutti stretti; e il capitano stizzito si voltòverso di me e mi disse: — Ma sa che è curiosa[14]che per lei solo si debba far riaprire ilmagazzino? — e un momento dopo soggiunse: — Testone! — Dioeterno! Che seguì nelmio cuore in quel punto! E io debbo fare ilsoldato? pensai; nemmen per sogno! piuttostomendicare! piuttosto morire!

Mi ricordo pure d'un ufficiale, vecchio soldato,un po' corto, ma buono, che mi guardavasempre sorridendo, sin dai primi giorni chem'aveva visto, e io non sapevo capir perchè,e mi stizzivo, e volevo chiedergli una spiegazione,e dirgli che non intendevo d'essere lozimbello di nessuno; quando una sera mi chiamò,e dopo avermi fatto capire che gli erastata detta una cosa di me, e ch'egli volevasaper s'era vero, e che rispondessi francamente,perchè non era cosa che mi facesse torto, finalmente,sorridendo, tossendo, guardandomi disottocchio, mi mormorò nell'orecchio: — Èvero che lei è un poeta? —

Mi ricordo delle insuperabili difficoltà che incontravonell'adempimento dei miei doveri manuali,specialmente nell'attaccare i bottoni, chèmi scappava l'ago di mano a ogni punto, e finivocol fare una rete di fili che parevan latela d'un ragno, e il bottone spenzolava più[15]di prima, con gran risate dei miei compagni,profondo sconforto mio e scandalo grave delsergente di squadra, il quale mi diceva: — Leisarà buono a trovar la rima, ma quanto adattaccar bottoni è ancora indietro di cent'anni; — terribilesentenza che mi sbalestrava dipunto in bianco nel secolo decimottavo, e nonme ne potevo dar pace.

Vedo ancora il vastissimo refettorio, doveavrebbe potuto far gli esercizi un battaglionedi soldati; vedo quelle lunghe tavole, quellecinquecento teste chinate sui piatti, quel movimentoaccelerato di cinquecento forchette,di mille mani e di sedicimila denti; quellosciame di camerieri che corrono qua e là, chiamati,sollecitati, sgridati da cente parti; e odoquell'acciottolìo, quel mormorio assordante,quelle voci mezzo strozzate fra i bocconi: — Pane! — Pane!e mi par di risentirmi quell'appetitoformidabile, quel vigore erculeo dimandibole, quel rigoglio di vita e di allegriache mi sentivo allora.

Muta la scena, mi ritrovo chiuso in una cellettaal quinto piano, poco più alta e poco piùlunga di me, con una brocca d'acqua al fiancoe un pezzo di pan nero tra le mani, coi capelli[16]arruffati, colla barba lunga, coll'immagine diSilvio Pellico dinanzi agli occhi; condannato adieci giorni di prigione per aver fatto un discorsodi ringraziamento al professore di chimica,il giorno della sua ultima lezione, contravvenendocosì al disposto dell'articolo tale delregolamento che proibisce di prender la parola inpubblico a nome dei compagni. E sento ancorail Maggiore che mi dice: — Non si lasci maitrasportare dall'immaginazione nel corso dellasua vita; — e mi cita l'esempio del poeta Regaldi,suo antico condiscepolo, a cui seguì nonso che disgrazia per una scappata del generedella mia, e conclude che “la poesia non hamai fatto fare che delle bestialità.„

E in fine, mi riveggo intorno ogni cosa comese realmente rivivessi

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