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Miei Pensieri di varia Umanità

Miei Pensieri di varia Umanità
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Title: Miei Pensieri di varia Umanità
Release Date: 2018-12-31
Type book: Text
Copyright Status: Public domain in the USA.
Date added: 27 March 2019
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Miei Pensieridi varia Umanità


GIOVANNI PASCOLI

Miei Pensieri
di varia Umanità

MESSINA
Vincenzo Muglia — Editore
1903


PROPRIETÀ LETTERARIA

a senso del testo unico delle Leggi 25 Giugno 1865,10 Agosto 1875, 18 Maggio 1882,approvato con R. Decreto e Regol. 19 Settembre 1882.

Catania — Stab. tip. a vap. Cav. S. Di Mattei & C.


a Vincenzo Muglia

EDITORE

CHE S'ARMA E NON PARLA

Caro Vincenzo

Voi sapete che io amo la Sicilia; e non solonel suo cielo e nel suo mare, ma nella sua terra;e non solo nelle sue memorie, ma nel suo presente;e non solo nei suoi ruderi, ma nel suopopolo.

O popolo taciturno e severo! S'arma e nonparla, anch'esso, tutto, come voi, uno.

Chi osservi quanti artefici del bello e scopritoridel vero, col libro, col quadro, con la statua,dalla cattedra, dalla tribuna, dall'officina,onorino fin d'oggi la Sicilia, può indovinarequal fermento agiti l'isola del fuoco. Virum seges.Spunta una gran messe d'uomini, la quale nonfa più rumore dell'erba che cresce. Chè questaè una fantasia di tanti che discorrono del mezzogiorno:darsi a credere che voi altri gesticoliate,chiacchieriate, cantiate continuamente comefolli. Oh! sì! I gesti? Il cenno di Giove cunctasupercilio moventis. La chiacchiera? Il monosillabodel Lacone. I canti? Li ho uditi, nell'altanotte, i vostri canti: flebili melopee che riconduconoal cuore il sogno di ciò che è di là dellamorte; della morte piccola e della morte grande:oltre i millenni della storia e oltre il passato dellanostra vita: tra le colonne abbattute di Selinuntee dentro le nostre domestiche tombe. Qual «dolcezzaamara» in quel canto che voi ripetete cosìbene:

Lu suli sinni va: dumani torna:

si minni vaiu ju, non tornu chiù!

Voi altri siete un popolo che tace. — Oh!oh! — dirà alcuno — tu consenti nel rimproveroche si fa appunto ai siciliani: di tacer troppo,di amare, essi così prediletti dal sole, l'ombrae la tenebra — Ahimè! La mafia... Dobbiamoparlarne? Due parole.

Tristo il silenzio intorno al delitto! Un uomoè calato nel sepolcro prima del tempo. Una famigliapiange senza mai fine. Chè non le è possibilela rassegnazione. Essa non potrà alzar gli occhial cielo, donde viene la rugiada e l'oblio: li giraattorno a sè, gli occhi, per cercare nella terrachi ha presa, a danno infinito di lei, la partedell'«antico uccisore». Tristo allora il silenziodegli altri, se è indifferenza! Orribile, se è compiacimento!Abbietto, se è viltà! Ma se è l'assensodei molti, dato con dolore, al pensiero diquelli infelici, cui nulla ormai può consolare nemmenola giustizia?...

Io ho dovuto fare spesso nella mia vita (alfine, confesso, di non odiare i miei simili) le riflessioniche pongo qui a capo di questo libretto,e ci sono anche in fondo. Mi par bene che si trovinoal principio e alla fine, a mostrare che perme la questione umana è precipuamente morale.Ecco dunque. Dove sono, non dico in Italia manel mondo, quelli che illuminano volentieri lagiustizia? e dove è, nel mondo civile o barbaro,la giustizia che sembri alle coscienze buono illuminare?Se in qualche popolo trovate un verofurore di giustizia; tanto che si fucili, impicchi,bruci senza esitazione e formalità; guardate afondo: troverete che quello è un furore sì, ma nondi giustizia; un furore di conservare e di preservare:interesse, paura, egoismo. In quei paesi,ancor nuovi, in cui la parola vela già, ma pochinopochino, la cosa, un buon cittadino nondisdegna, qualche volta di farsi carnefice; sebbene...si mette la maschera! Ma da noi chi vorrebbefarsi esecutore della giustizia? Ma da noichi, in fondo in fondo, prova sentimenti, poniamo,di gratitudine per i carcerieri, che sono ministri,sebbene non tanto vistosi, della giustizia?E via e via. In verità la giustizia intralcia lanostra coscienza che rifugge dal fare il male, e,quanto al punirlo già fatto, oh! vedete! approvache si perdoni. E dunque?

Dunque la coscienza d'un popolo, se è rettao torta, s'ha a giudicare non dall'aiuto che ilpopolo presta, o no, alla giustizia che viene, apie' zoppo, dopo il male fatto; ma dall'osservanza,o no, che abbia per la giustizia che precedeil male da fare e impedisce che si faccia.Questa è la giustizia che deve bandir quell'altra,la quale par che si chiami così, giustizia, dalloaggiustare, ch'ella tenta, le cose dopo. No, nonsi possono aggiustare l'anima e la vita umana,una colta rotte: bisogna non romperle prima. Ebisogna che ciò si sappia e si veda, che ci soncose che non si possono riparare. Se non ci fosseroi concini, chi sa? si romperebbero menostoviglie.

Ma torniamo a noi, mio buon Vincenzo, chetacete, come tace il vostro popolo. Oh! voi nonfate chiasso attorno ai libri che pubblicate, contanto vostro dispendio e tanto poco favore degliitaliani. Voi non volete creare, con arte che ècosì facile a tutti, e che a voi intelligentissimosarebbe facilissima, nella mente dei lettori e compratoridi libri, un'opinione sul merito del libroprima che lo comprino e leggano. E io sono diaccordo con voi, che fate, a vostre spese, esperienzadel guaio che affligge tutta l'umanità presente.Ella è schiava, capite? e nel suo tutto enelle sue parti. Non si pensa con la propria testa,capite? ossia, non si pensa più. E tutti iprogressi, pur così evidenti, delle scienze lascianoperplesso l'osservatore e amatore degli uomini;perchè, in vero, qual fede si può avere nei guizzilunghi d'una lampada in cui l'olio viene a mancare?qual fede nella ricca fioritura d'una pianta,la cui radica è rósa? I frutti non terranno. Lalampada si spegnerà.

Libertà! Libertà! Questa è l'idea che pervadeil libricciolo, che io v'offro: libertà da cima afondo. E perciò lo dedico a voi, che non soloassomigliate a me, nel disdegnare ciò che mettei ceppi al pensiero, ma che, nel mio cuore, figurate,uno, giovane, ardente di fede e parco diparole, franco ma a monosillabi, libero ma acenni, la vostra Sicilia. La Sicilia, con tutti idiscorsi che si sono fatti sulla mafia siciliana,non è terreno da piantarvi la selva oscura delpartito, ossia del non-volere, ossia del non contarpiù se non come uno sterpo in un gran viluppoinerte e infecondo. Che! In ogni sicilianoil proprio io è lì che negli occhi grandi e profondista in guardia della persona, piccola (comela vostra) e cara! E la Sicilia tutta non vuolliquefarsi nel resto d'Italia: bene! E, per questosuo medesimo sentimento, non vuole che l'Italiasia annullata dal resto del mondo: benissimo!

Caro Vincenzo, e io non ho trovato in Siciliauno più siciliano di voi e più italiano di voi. Eperciò vi amo. E siete fiero. E perciò vi ammiro.E lavorate in silenzio. E perciò vi venero. Evi arriderà il successo? cioè, avrete mai la ricchezza,e quella, che non pare si possa avere, senon dopo avuta la prima, e ciò per la forza dellecose piuttosto che per mal volere degli uomini,la croce del lavoro? Voi vi armate: sarete maiarmato cavaliere?

Di codesto, dubito. Ma eccomi qua. Ricordateche in certi casi i nobili guerrieri si davano laaccollata a vicenda nel campo di battaglia, sparsodel loro vivo sangue?

Ebbene, vi faccio cavaliere del lavoro, io!

Prendetela da un compagno d'armi l'attestazionedel vostro valore; prendetela, la croce, dauno che della croce ne ha avuta sin troppa; daun lavoratore, il premio del lavoro.

Giovanni Pascoli

31 dicembre del 1902.

[1]

IL FANCIULLINO

I.

È dentro noi un fanciullino[1] che non soloha brividi, come credeva Cebes Tebano, cheprimo in sè lo scoperse, ma lagrime ancora etripudi suoi. Quando la nostra età è tuttaviatenera, egli confonde la sua voce con la nostra,e dei due fanciulli che ruzzano e contendonotra loro, e, insieme sempre, temono sperano godonopiangono, si sente un palpito solo, unostrillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo,ed egli resta piccolo; noi accendiamo[2]negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tienefissa la sua antica serena maraviglia: noi ingrossiamoe arrugginiamo la voce, ed egli fasentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillocome di campanello. Il quale tintinnio secretonoi non udiamo distinto nell'età giovanile forsecosì come nella più matura, perchè in quellaoccupati a litigare e perorare la causa della nostravita, meno badiamo a quell'angolo d'animadonde esso risuona. E anche, egli, l'invisibilefanciullo, si pèrita vicino al giovane più cheaccanto all'uomo fatto e al vecchio, chè più dissimilea sè vede quello che questi. Il giovanein vero di rado e fuggevolmente si trattiene colfanciullo, chè ne sdegna la conversazione, comechi si vergogni d'un passato ancor troppo recente.Ma l'uomo riposato ama parlare con lui e udirneil chiacchiericcio e rispondergli a tono e grave;e l'armonia di quelle voci è assai dolce ad ascoltare,come d'un usignolo che gorgheggi pressoun ruscello che mormora.

O presso il vecchio grigio mare. Il mare èaffaticato dall'ansia della vita, e si copre dibianche spume, e rantola sulla spiaggia. Ma traun'ondata e l'altra suonano le note dell'usignuolo,ora singultite come un lamento, oraspicciolate come un giubilo, ora punteggiate comeuna domanda. L'usignuolo è piccolo, e ilmare è grande: e l'uno è giovane, e l'altro èvecchio. Vecchio è l'aedo, e giovane la sua ode,[3]Väinämöinen è antico, e nuovo il suo canto.[2]Chi può imaginare, se non vecchio l'aedo e ilbardo? Vyàsa è invecchiato nella penitenza esa tutte le cose sacre e profane. Vecchio è Ossian,vecchi molti degli skaldi. L'aedo è l'uomoche ha veduto (oide) e perciò sa, e anzi talvolta[4]non vede più; è il non veggente (aoidos) chefa apparire il suo canto.[3]

Non l'età grave impedisce di udire la vocinadel bimbo interiore, anzi invita forse e aiuta,mancando l'altro chiasso intorno, ad ascoltarlanella penombra dell'anima.[4] E se gli occhi concui si mira fuor di noi, non vedono più, ebbene[5]il vecchio vede allora soltanto con quelliocchioni che sono dentro lui, e non ha avantisè altro che la visione che ebbe da fanciullo eche hanno per solito tutti i fanciulli. E se unoavesse a dipingere Omero, lo dovrebbe figurarevecchio e cieco, condotto per mano da un fanciullino,che parlasse sempre guardando tornotorno. Da un fanciullino o da una fanciulla:dal dio o dall'iddia: dal dio che sementò neiprecordi di Femio quelle tante canzoni, o dall'iddiacui si rivolge il cieco aedo di Achille edi Odisseo.[5]

Ma il garrulo monello o la vergine vocaleerano dentro lui, invisibilmente. Erano la suamedesima fanciullezza, conservata in cuore attraversola vita, e risorta a ricordare e a cantaredopo il gran rumorìo dei sensi. E la suafanciullezza parlava per ciò più di Achille ched'Elena, e s'intratteneva col Ciclope meglio checon Calipso. Non sono gli amori, non sono ledonne, per belle e dee che siano, che premanoai fanciulli; sì le aste bronzee e i carri da guerrae i lunghi viaggi e le grandi traversie. Così codestecose narrava al vecchio Omero il suo fanciullino,piuttosto che le bellezze della Tindaridee le voluttà della dea della notte e della[6]figlia del sole.[6] E le narrava col suo propriolinguaggio infantile.

Tornava da paesi non forse più lontani cheil villaggio che è più vicino ai pastori dellamontagna; ma esso ne parlava ad altri fanciulliche non c'erano stati mai. Ne parlava a lungo,con foga, dicendo i particolari l'un dopo l'altroe non tralasciandone uno, nemmeno, per esempio,che le schiappe da bruciare erano senza foglie.Chè tutto a lui pareva nuovo e bello, ciò chevi aveva visto, e nuovo e bello credeva avessea parere agli uditori. La parola «bello» e«grande» ricorreva a ogni momento nel suonovellare, e sempre egli incastrava nel discorsouna nota a cui riconoscere la cosa. Diceva chele navi erano nere, che avevano dipinta laprora, che galleggiavano perchè ben bilanciate,che avevano belli attrezzi, bei banchi; che ilmare era di tanti colori, che si moveva sempre,che era salato, che era spumeggiante. I guerrieri?[7]Portavano i capelli lunghi. I loro caschi?Avevano creste che si movevano al passo. Leloro aste? Facevano una lunga ombra. Per nonessere frainteso ripeteva il medesimo pensierocon altra forma; diceva «un pochino, mica tanto!»,«vivere, mica morire!», e anche «parlòe disse», «si adunarono e furono tutti in unluogo». Non mancava di quelle spiegazioni chechiudono la bocca: «ubbidite, perchè ubbidire...è meglio», «solo devo rimanermene senza dono?Non sta bene». La chiarezza non è maitroppa: «I pulcini erano otto, e nove con la madre,che aveva fatti i pulcini», «Aias, quellopiù piccolo, non grande come l'altro, ma moltopiù piccolo: era piccino...». Qualche volta riuscivasublime, ma senza farlo apposta: saltavaqualche circostanza, per giungere a ciò che importavapiù e che era più sensibile. Un divinoarciere tirava l'arco

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